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La Mosul liberata, “un grande segno di speranza” per un Iraq “unito e guidato da un governo forte”

Di Daniele Rocchi

L’aveva annunciata come “l’ora della vittoria” contro Daesh, nel suo discorso alla nazione, il premier iracheno Haider al-Abadi, ma l’offensiva militare avviata per riconquistare Mosul sembra già subire i primi rallentamenti. Dopo l’euforia del primo giorno sembra farsi spazio ora una più realistica cautela visto che le truppe irachene, con quelle peshmerga curde, con le milizie paramilitari sciite quelle e degli altri alleati, circa 30 mila soldati, sostenute dagli aerei della coalizione internazionale a guida Usa, devono fare i conti con la resistenza dei combattenti dello Stato Islamico, stimati in circa 6mila, asserragliati a Mosul e nei villaggi vicini, dopo aver disseminato il terreno di trappole esplosive, di cecchini e pronti a usare i civili come scudi umani.

Una città simbolo. Un’offensiva studiata da mesi per riprendere la seconda città irachena, un luogo simbolo di questa guerra siro-irachena, perché da qui Abu Bakr al-Baghdadi, il 29 giugno del 2014, dichiarò la nascita del Califfato. Abitata un tempo da circa due milioni di persone, oggi ne resterebbero solo poco più della metà. Sulla loro sorte si appunta l’attenzione delle Nazioni Unite. Secondo l’Ocha, l’ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari circa 200mila persone potrebbero essere costrette a fuggire nelle prime settimane dopo l’inizio dell’offensiva militare anti-Isis a Mosul. I combattimenti sono ancora lontani dalle zone urbane più popolate ma uno scenario più pessimistico dell’Onu parla di un milione di sfollati, con circa 700mila persone in cerca di un alloggio di emergenza. Per proteggere i civili in fuga, precisa l’Ocha, sono stati allestiti rifugi per circa 60mila persone in campi e siti di emergenza e accelerato l’allestimento di ulteriori siti, con una capacità per circa 250mila persone. Secondo l’Unicef, l’offensiva esporrà a gravi rischi oltre mezzo milione di bambini e le loro famiglie. “I bambini di Mosul hanno già sofferto enormemente negli ultimi due anni. Molti potrebbero essere costretti a fuggire, rimanere intrappolati tra le linee di combattimento, o catturati nel fuoco incrociato”, sottolinea Peter Hawkins, Rappresentante Unicef in Iraq. Sul terreno, intanto, i peshmerga da est, e le truppe irachene da sud hanno ripreso il controllo di alcuni villaggi, dedicandosi al consolidamento delle zone conquistate, situate tra i 20 e i 50 chilometri da Mosul. Sono ancora in corso invece le operazioni per liberare Qaraqosh, città a maggioranza cristiana che prima di essere occupata dallo Stato Islamico aveva 50mila abitanti, quasi tutti fuggiti a Erbil, in Kurdistan, all’arrivo dello Stato Islamico (agosto 2014). E nel capoluogo curdo centinaia di sfollati cristiani di Qaraqosh hanno gioito per le notizie dell’offensiva e si sono riuniti per pregare nella chiesa di Mar Shimon.

Desiderosi di tornare. “Speriamo che le operazioni per la liberazione della città di Mosul procedano in maniera spedita” dice al Sir l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Kirkuk e Kurdistan, monsignor Petros Mouche che conferma: “peshmerga e militari dell’esercito nazionale stanno avanzando. Sono arrivati a Qaraqosh che non è stata ancora del tutto liberata. Ci sono ancora sacche di resistenza intorno alla città”.

La liberazione di Mosul, spiega, “è un grande segno di speranza. Desideriamo ritornare nelle nostre case e riavere i nostri beni, a Mosul come nei villaggi della Piana di Ninive. Amiamo questa terra e vogliamo testimoniarlo con la nostra presenza

ma è necessario che venga garantita la nostra sicurezza e quella degli altri abitanti. È importante vivere in sicurezza con gli altri in rispetto e dignità”. Mons. Mouche è arcivescovo di Mosul dal 2011 e sa bene che nella città non ci sono più fedeli cristiani. Prima dell’arrivo di Daesh a Mosul vivevano 12mila famiglie siro-cattoliche, altre erano nella Piana di Ninive, a Kirkuk, Bertella e Qaraqosh. Comunità che ben ricordano i loro martiri: monsignor Faraj Rahho, arcivescovo caldeo a Mosul, rapito e ucciso nel 2008; padre Ragheed Ganni ucciso insieme a tre diaconi, dai terroristi, il 3 giugno 2007, poco dopo aver celebrato la messa domenicale nella sua parrocchia di Mosul dedicata al Santo Spirito. Il pensiero dell’arcivescovo siro-cattolico guarda oltre, a dopo la liberazione, quando

“la priorità dovrà essere la riconciliazione nazionale. Possibile solo sotto un governo iracheno unito e forte.

Non vogliamo vendette tra i musulmani, sciiti e sunniti, né contro le minoranze. – – afferma convinto – non sappiamo cosa vogliono fare del nostro Paese, ma esso deve essere preservato nella sua unità. Vogliamo un Iraq unito dove tutti, sciiti, sunniti, cristiani e credenti di altre fedi vivano insieme nel rispetto e nella tolleranza. Da parte nostra ricercheremo dialogo e riconciliazione con tutti”. Un appello analogo arriva dal patriarca caldeo e presidente della Conferenza episcopale irachena Louis Raphael Sako che in una nota invita “i cari iracheni” a porre fine

“a tutte le dispute; mettere un freno agli egoismi e agli interessi personali e di una parte. Dobbiamo mettere il bene comune del Paese e di tutti gli iracheni prima e al di sopra di ogni altra cosa”.

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