IntervistaDi Carlotta Laghi

GROTTAMMARE – La tematica dell’immigrazione è più che mai attuale. Negli ultimi anni si è cercato di aumentare la capacità recettiva dell’accoglienza moltiplicando le strutture in grado di ricevere il più possibile, e sostenere nel processo di integrazione quegli immigrati che, scampati a viaggi disumani, riescono a  sbarcare sulle coste italiane.

L’Equipe del Progetto SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) “Together” del Comune di  Grottammare, gestito dall’ATI composta dalle Coop. Sociali: Nuova ricerca agenzia RES e COSS Marche, ci ha aiutato a capire come si svolge l’accoglienza del rifugiato e come si cerca di renderlo parte integrante della società, in uno scambio sociale dove entrambe le parti, chi accoglie e chi viene accolto, si arricchiscono, in un clima di tolleranza e piena accettazione, contrariamente alle attuali tendenze xenofobe di chi teme il diverso.
Ne abbiamo parlato con gli operatori Sprar: Binari Massimiliano, Liturri Carmela, Mattioli Simone, Ottaviani Sabrina, Persiani Andrea, Alessandro Fulimeni che hanno gentilmente risposto alle nostre domande.

Cos’è lo SPRAR?
E’ il Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati. E’ un organismo che dipende dal Ministero dell’Interno, che si occupa di dare accoglienza a chi richiede asilo politico in Italia. E’ importante precisare che questa è una ‘seconda accoglienza’: una volta arrivati, vengono  accolti nei centri di prima accoglienza,  dove si procede con l’identificazione  e con un  primo screening . Solo in un secondo  momento vengono inseriti  nei  centri Sprar, tramite il  Servizio Centrale di Roma (organismo del Ministero dell’Interno).

Quali sono le funzioni dello Sprar?
Lo Sprar si occupa dell’accoglienza e dell’integrazione.
Nella prima fase dell’accoglienza si cerca di dare alle persone quegli strumenti che permetteranno loro di orientarsi nel territorio (per esempio la lingua italiana, i documenti utili e un aiuto per le pratiche amministrativo/burocratiche come per il permesso di soggiorno). Noi ci occupiamo anche di aiutare i richiedenti asilo (coloro  che sono in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale competente) all’audizione,  attraverso la raccolta della loro storia personale. Viene anche effettuato uno screening  sanitario per sostenerli nelle eventuali problematiche di salute, spesso grazie anche alla collaborazione di mediatori culturali.
La seconda fase dell’integrazione invece  riguarda l’inserimento sociale: organizzazione corsi, formazione, tirocini, colloqui di lavoro, iscrizioni alle agenzie per l’impiego, etc.

In che cosa consiste una tipica giornata nel centro Sprar?
Solitamente nella permanenza durante la prima accoglienza sono seguiti 24h, qui invece c’è una fase volta all’autonomia; gli operatori sono presenti nell’ufficio 7, 8 ore al giorno dal lunedì al venerdì, mentre i rifugiati abitano in appartamenti vicini e sono loro a venire presso il centro Sprar. Gli operatori del centro fanno continuamente visita negli appartamenti adibiti all’accoglienza per verificare la situazione, allo stesso tempo i ragazzi richiedono consulenze in merito ai loro fabbisogni.

Qual è l’iter di selezione e accoglienza e quali i criteri di accettazione di un richiedente asilo?
Il profugo, dal momento dello sbarco, deve fare la richiesta d’asilo per entrare nel circuito e attendere che il Servizio Centrale lo inserisca nel progetto Sprar. Le tempistiche per l’inserimento nei progetti SPRAR  sono inevitabilmente  lunghe, soprattutto negli ultimi anni;  si può arrivare anche ad un anno di attesa nel campo di prima accoglienza. La gestione della prima accoglienza è sotto il controllo della prefettura, tramite i CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo). Negli ultimi anni  si è verificata un‘emergenza che ha spinto le prefetture ad aprire centri  di accoglienza, spesso gestiti da associazioni e cooperative. I servizi  assicurati ai beneficiari sono i medesimi  a livello nazionale, ciò che cambia è la capacità recettiva di ciascuna regione, quindi i numeri di posti disponibili in base alle possibilità degli enti locali che vi aderiscono.

Com’è la situazione delle strutture di accoglienza nella nostra zona? Sono abbastanza numerose?
Si, nella nostra zona le strutture sono abbastanza numerose, ma in generale non bastano mai. La situazione attuale genera una tale richiesta impossibile da soddisfare, ma la nostra provincia si è mossa in maniera tempestiva. Che i centri, in generale, siano pochi rispetto al numero delle ondate migratorie è testimoniato dal fatto stesso per cui molta gente resta nella prima accoglienza anche un anno intero, ed è quindi evidente che il sistema sia po’ ingolfato. Ma dal 2007, anno di avvio del nostro Progetto, i posti erano 3.000 in tutta Italia, oggi invece siamo arrivati a 35.000. E’ vero che non sono ancora  sufficienti, ma c’è stata un’enorme crescita.

Su che livelli viene svolto il processo di integrazione?
Su ogni livello possibile. Si parte sempre dalla lingua, nella progettazione dei corsi sono sempre previsti moduli di educazione civica  perchè la lingua, essendo comunicazione e relazione, è immersa nella cultura, e non basta un apprendimento tecnico, ma è necessario  favorire il processo di socializzazione. Non si tratta affatto di omologazione, anzi, hanno totale libertà di conservare la loro tradizione, arricchendo così anche il nostro contesto culturale.  La progettazione delle attività è calibrata anche in base alle loro tradizioni e necessità, e anche noi ci aggiorniamo da questo punto di vista per conoscerli e saperci approcciare nel modo giusto.

Problematiche e pregiudizi?
Non ci sono problematiche particolari: istituzionalmente e burocraticamente i  processi sono fluidi e c’è una grande disponibilità.  Anche con l’ente locale c’è una forte sinergia, dialogo,  comunicazione, e voglia di far conoscere questo progetto all’esterno. Con le persone del posto non ci sono stati particolari ostacoli, come quelli di cui si parla nei notiziari nazionali.  Forse abbiamo registrato qualche resistenza iniziale, ma quando gli accolti si sono fatti conoscere  per le loro qualità, si sono tutti ricreduti immediatamente.

Come vive il rifugiato la vostra accoglienza nello SPRAR?
I rifugiati vivono per lo più positivamente l’accoglienza SPRAR, carichi di  aspettative e voglia di ricominciare: sono molto partecipi, fanno molte domande e vengono aiutati in questo processo di conoscenza. Non ci sono forti resistenze da parte loro perchè è tanta la spinta a cambiare la propria vita.
I motivi della loro  fuga sono solitamente tre: le persecuzioni di tipo religioso, politico e per discriminazioni. Vengono per lo più dalle aree africane e mediorientali.
La situazione di partenza del beneficiario/a  è monitorata: è infatti previsto un servizio di assistenza psicologica nel progetto. Spesso dai centri di prima accoglienza vengono segnalate problematiche che si auto-risolvono con un po’ di tempo in più e con un rapporto più diretto e personalizzato di assistenza. Il disagio psicologico momentaneo è comprensibile, molto spesso è solo legato al trauma della fuga e del cambio di vita. Nei grandi centri chiaramente non sono seguiti così nello specifico, e appena sbarcati hanno problemi. Noi accogliamo 31 persone maggiorenni (26 maschi e 5  femmine), il che facilita una maggior attenzione all’individuo. Una maggior personalizzazione dell’intervento infatti aiuta, come anche il fatto che  qui iniziano a vedere una prospettiva di vita per ripartire, cosa che non può avvenire nei centri di prima accoglienza. C’è chi scappa dalla prima accoglienza per raggiungere i parenti, per lo più in Nord Europa: i centri aiutano a riunificare le famiglie quando è possibile, ma solo nel caso di parenti più stretti, come genitori con figli, nei casi restanti è molto complicato. È inoltre importante sapere che il Paese dove approdi è lo Stato che valuta la tua richiesta d’asilo e molti non si fanno prendere le impronte qui perche resterebbero qui,  e da qui partirebbe il processo di integrazione, per cui proseguono il viaggio senza fermarsi nei centri, in cerca di maggior fortuna.

 

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