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Dai vescovi nigeriani pressing sul governo: più lavoro per i giovani

Davide Maggiore
“L’economia nigeriana è in sofferenza” e molti giovani sono costretti “a emigrare, sia all’interno sia in altri Paesi, esponendosi a condizioni inumane, incluse diverse forme di depravazione e di criminalità. In tanti casi giovani vite sono andate perdute nelle nostre strade, nei deserti di qualche Paese africano e sulle rive dell’Europa”. È questo uno dei passaggi chiave del messaggio stilato dai vescovi nigeriani dopo l’ultima assemblea plenaria della conferenza episcopale, svolta a Port Harcourt a metà settembre: un testo con cui i presuli si sono rivolti innanzitutto al governo, invitandolo “a cercare alternative al gas e al petrolio”, il principale settore dell’economia locale, che ha portato crescita più negli indicatori numerici che nella qualità della vita. una situazione che colpisce per primi proprio i giovani, come ricorda anche padre Evaristus Bassey, segretario esecutivo di Caritas Nigeria.
Quali sono in particolare le preoccupazioni in quest’ambito?
“Forse per via dell’immagine trasmessa dai media, i giovani vedono l’Occidente come una sorta di paradiso, pensano di potersi costruire lì una vita, ma i mezzi di comunicazione non raccontano tutta la storia: quanto è difficile vivere in Europa o in America, i documenti necessari… Molti laureati, d’altra parte, qui non riescono a trovare lavoro, forse perché il sistema scolastico non li mette in condizione di puntare su sé stessi”.
La migrazione, in più, ha un impatto negativo anche sull’economia nazionale…
“Sì: basta pensare al numero di medici che ha lasciato il paese per l’estero, o ad altri professionisti. Pensano che la Nigeria non possa garantire loro un futuro adeguato, un lavoro, una casa di proprietà, uno stile di vita da classe media. Quindi vanno all’estero. Ma la disoccupazione rimane, perché colpisce – ce lo dicono le statistiche – soprattutto i giovani e per quanti partano, molti altri ne restano… Quelli che vanno all’estero, bisogna però dire, sperano di riuscire ad inviare a casa una parte di quello che guadagnano”.
Per affrontare questa situazione, i vescovi non chiedono di attendere che l’aiuto arrivi dall’esterno, ma di sviluppare potenzialità che sono già presenti in Nigeria…
“Prima di tutto, c’è bisogno che il governo presti maggiore attenzione alla questione: deve prendere più seriamente il tema dell’eliminazione della povertà. Una delle strade per farlo è la creazione di posti di lavoro, ma che siano veramente indirizzati ai giovani. Ci sono modi innovativi per farlo: ad esempio puntando sull’economia verde, su tecnologie che permettano di trasformare in ricchezza lo scarto. E ci sono giovani che hanno idee veramente brillanti in questi campi, bisognerebbe permettere loro di metterle alla prova. Ma si potrebbe guardare anche all’edilizia: chiaramente, si tratta di una sfida non solo per il governo, per le politiche ufficiali di sviluppo, ma anche per il settore privato. E poi, come accennavo, c’è la questione dell’istruzione: fare sì che il sistema educativo renda i giovani capaci di essere autonomi e persino di creare lavoro per altri. Finora, per i ragazzi, la questione è stata solo quella di avere un titolo di studio, ad ogni costo, mentre il problema è quello di fornire delle vere abilità. Infine, va affrontato il problema della corruzione, quello per cui anche quando ci sono le condizioni per realizzare qualcosa, tutto dipende da chi si conosce…”.
Nella lotta alla corruzione, appunto, c’è un ruolo possibile per la Chiesa?
“Innanzitutto dobbiamo continuare a fare pressione in questo senso: non dimentichiamo che molti esponenti politici sono seguaci delle diverse Chiese, possiamo fare appello alla loro coscienza. Ma soprattutto dobbiamo impegnarci a costruire una cultura ‘corruption-free’, libera dalla corruzione, a partire proprio dai giovani, o ancor meglio, dall’infanzia. Dobbiamo assicurarci che fin da bambini si conosca il valore del bene comune: oggi, in questo paese l’identità nazionale è zero! Lo standard, invece, deve diventare quello di lavorare per il bene comune: è una strada lunga, ma è anche quella giusta. Infine, dobbiamo batterci per istituzioni più forti, in modo che possano mettere in pratica politiche capaci di bloccare la corruzione sul nascere, anche attraverso l’uso della tecnologia, come si è cercato di fare durante le ultime elezioni”.
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