X

#Lourdes, a tu per tu con Fiammetta Sacconi “Ogni anno aspetto il pellegrinaggio con trepidazione”

DIOCESI – Nel corso del pellegrinaggio nazionale Unitalsi, abbiamo intervistato Fiammetta Sacconi, una giovane volontaria di Comunanza che ci ha raccontato la sua esperienza.

Cosa fai nella vita?
Frequento il secondo anno del liceo linguistico presso il liceo E. Trebbiani.

Come è nato il tuo legame con l’unitalsi?
Mia madre Patrizia mi ha sempre raccontato delle belle esperienze che viveva nell’Unitalsi, così quando un giorno la mia amica Anna Giulia mi raccontò come nei suoi piani per l’estate ci fosse il pellegrinaggio nazionale e mi invitò a partecipare, io non esitai a dire di si. Nel mondo di oggi c’è molto egoismo. Spesso non comprendiamo che al di fuori di noi stessi ci sono persone che vivono esperienze completamente diverse dalle nostre. L’unitalsi cambia il tuo metro di paragone, ti permette di dare un giusto valore alle difficoltà che si affrontano nella vita. Ogni volta che possiamo cerchiamo di partecipare. In questo periodo c’è un gruppo di ragazzi fantastico: ci sono persone giovani e capaci. Oltretutto, qui nascono delle amicizie vere.

Che servizio svolgi durante il pellegrinaggio?
Il primo anno ho prestato servizio presso il refettorio, mentre l’anno scorso ho fatto servizio esterno: portavamo in giro per Lourdes gli ammalati. In tutto ci sono tre tipi di servizi: il primo è il refettorio. Oltre ad apparecchiare e sparecchiare, si aiuta a mangiare chi non è autosufficiente. Con il servizio esterno, si aiutano gli ammalati ad andare in giro per Lourdes, per mezzo della carrozzina o del risciò. Questo servizio inizia la mattina dopo colazione e finisce dopo cena, ma è molto importante imparare a rispettare i ritmi della persona di cui ti prendi carico. Se svolgi servizio interno, invece, presti il tuo aiuto presso l’ospedale. Qui aiuti le persone non autosufficienti a compiere le azioni più basilari: alzarsi, lavarsi, vestirsi. La prima volta che compi questo servizio l’impatto è forte, è come schiantarsi con una realtà completamente opposta alla tua. Piano piano, però, riesci ad entrare in un’ottica nuova. Se si racconta questa esperienza ad un ragazzo di 15 anni, questo reagirà con sorpresa, forse sarà addirittura schifato: molti pensano di non riuscire a fare un servizio del genere. Invece tutti possono prestare questo servizio: basta avvicinarsi verso l’ammalato con l’umiltà di imparare. Quest’anno presterò servizio interno.

Ci racconti qualche aneddoto vissuto all’interno dell’Unitalsi in questi anni?
Quest’anno a Loreto, insieme alla mia amica Caterina, siamo capitati in camera con un amica dell’Unitalsi che vive in un istituto ed è abituatata ad andare a dormire alle 20.00.
Una notte torno in stanza alle 2.30 e mi metto dormire vestita. Durante la notte mi sveglio perché l’amica unitalsiana inizia a urlare che erano le 7. Guardando l’ora, scopriamo che invece erano le 4.07. Anche se cercavo di riaddormentarmi, lei però non voleva mettersi giù.
Quando finalmente stavo per riuscire ad addormentarmi, è tornata a parlare. Alle 5 decido di andare a dormire fuori. Intanto l’amica Unitalsiana inscenava delle telefonate al presidente Di Sabatino, a Mascia, al Vescovo Bresciani… Una notte diversa…

Cosa hai provato quando ti sei immersa nella vasca?
Ogni volta è come la prima volta, un’emozione fortissima, come se fosse un abbraccio. Anche se l’acqua è gelata, senti un senso di calore ed è come se qualcuno ti abbracciasse fortissimo.

Cosa ti ha donato l’ammalato in questi anni?
Mi ha donato tanto. Il difetto della nostra società è di classificare la persona a seconda del proprio stato di salute, o della malattia. Per me non è “l’ammalato”, ma una persona con nome e cognome, con cui nasce un amicizia. Fondamentalmente, una persona ammalata ti dona di più rispetto ad una sana, e ti racconta le sue vicissitudini particolari. Nel mio primo anno a Lourdes, alla riunione al Salus, c’era una ragazza paralizzata a seguito di un operazione. Mi ha colpito il racconto del suo vissuto non come un handicap ma come qualcosa che l’ha migliorata. E il tutto lo racconta con serenità perché con la malattia ha scoperto un mondo di cui non si era accorta. Invito i miei coetanei a provare questa esperienza perché è qualcosa che ti entra nel cuore e ti cambia. È un esperienza di cui ti innamori, e poi non riesci a starne senza. Ogni anno aspetto il pellegrinaggio con trepidazione, perché tutto viene vissuto come una festa. Ti rimane impresso nel cuore. Sarebbe bello che tutti lo potessero sperimentare.

Redazione: