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Gerlich, il giornalista che seppe dire no al “mentecatto Hitler”

Di Angelo Paoluzi
Fu ucciso il 30 giugno 1934, nel campo di concentramento di Dachau, con un colpo di pistola alla testa. Alla vedova, come ultimo ricordo del marito, vennero inviati gli occhiali insanguinati. Le sue ceneri furono disperse e si proibì che fossero pubblicati annunci funebri o che se ne desse notizia sui giornali. Soltanto la Tiroler Zeitung, in Austria, informò della morte di Fritz Michael Gerlich, il coraggioso giornalista ed editore di Der gerade Weg (La via giusta), il settimanale cattolico di Monaco di Baviera che veniva letto (come ha ricordato Benedetto XVI nel libro intervista Luce del mondo, curato da Peter Seewald) anche in casa Ratzinger ed era apprezzato dall’arcivescovo di Monaco, il cardinale Michael Faulhaber.
In occasione dell’anniversario dalla morte, l’ottantunesimo, una associazione culturale cattolica della capitale bavarese ha inaugurato un busto in bronzo del “largamente dimenticato” Gerlich, uno dei molti martiri cristiani del nazismo. La storia sa fare giustizia e dalla cenere del tempo emergono, anno dopo anno, figure di testimoni che recuperano l’onore di un Paese: alcune diecine i canonizzati cattolici tedeschi (sacerdoti e laici) usciti dalle persecuzioni e dai Lager; gli ortodossi hanno un loro santo, Alex Schmorell (Sant’Alessandro di Monaco), un ragazzo del gruppo della Rosa bianca; e se i protestanti usassero beatificare, non c’è dubbio che Dietrich Bonhoeffer e James Helmuth von Moltke sarebbero in testa alla lista.
Il caso di Fritz Gerlich si iscrive in quell’album del “civil courage” che gli storici in Germania stanno meritoriamente riscoprendo, senza timore di affondare il bisturi nelle vergogne del loro Paese. Studente in scienze naturali e matematica a Monaco, Gerlich, nato a Stettino nel 1883 da una famiglia di commercianti calvinisti, si era lanciato giovanissimo nel giornalismo. Inizialmente nazionalista e antimarxista, con simpatie per il nascente partito di Adolf Hitler che aveva personalmente frequentato, se ne era allontanato dopo il tentato putsch del 1923. Direttore del quotidiano allora più autorevole della Baviera, Muenchner Neueste Nachrichten, era diventato un deciso oppositore del nazismo, non soltanto per motivi politici ma anche per ragioni etiche e religiose.
Si era infatti convertito al cattolicesimo quasi cinquantenne, nel 1931 (lo battezzò il cardinale Faulhaber), dopo aver frequentato, e scritto un libro, sulla veggente Therese Neumann. In quegli anni, dopo aver lasciato la direzione del quotidiano dietro pressioni naziste, aveva fondato un settimanale, Illustrierte Sonntag, che diventerà Der gerade Weg, una spina nel fianco del regime, anche per la sua diffusione (attorno alle centomila copie). Nel timore della passività dei fedeli, lanciava l’allerta affermando che il regime vuole “far proclamare, nelle chiese ripulite dai crocifissi, la nuova religione del mito della razza”. Scriveva: “Il nazionalsocialismo significa: inimicizia con le nazioni confinanti, dominio della violenza all’interno, guerra civile, guerra di popolo…, menzogna, odio, fratricidio e pericolo senza confini”. Aveva denunciato la “devianza” di Hitler (da lui definito “il mentecatto”) “che porterà alla barbarie”. Il nazismo era una “peste dello spirito”, “una degenerata politica asiatica del capo” e “uno dei maggiori tradimenti della storia tedesca”. Gerlich non vedrà però realizzata la sua profezia: “Il nazismo – affermava – è destinato a crollare molto prima del comunismo: il suo destino è scoppiare come una bolla di sapone, perché in nessuna parte del suo programma si ispira alle grandi correnti di pensiero dell’umanità”.
Era ben consapevole dei rischi che correva. Aveva scritto: “Saremo i primi a essere impiccati quando comincerà il giorno della ‘libertà’ del popolo tedesco”. Il regime non gli perdonò la franchezza del giudizio. L’8 marzo del 1933 Der gerade Weg uscì per l’ultima volta. Nella notte del 9 Gerlich fu prelevato da casa, condotto in un posto di polizia, torturato. Invitato a suicidarsi rispose: “Non mi uccido. Sono cattolico”. Mandato a Dachau, insieme con centinaia di oppositori, intellettuali, sacerdoti, fu assassinato, alla fine di giugno, nella carneficina successiva alla malfamata “notte dei lunghi coltelli”, quando Hitler si sbarazzò dei suoi avversari interni ed esterni. Qualcuno, per Gerlich, si attende l’avvio di un processo di canonizzazione. Un altro laico, un altro giornalista, come il già santo Nikolaus Gross.
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