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Tensioni a Ventimiglia: il blocco dei migranti e il clima preelettorale francese

di Maria Chiara Biagioni

“We need to pass”. “We need freedom”. Da giorni 200 immigrati bloccati a Ventimiglia scandiscono in inglese parole disperate di aiuto rivolgendosi all’Europa che non li vuole e alla Francia che li respinge. Sono eritrei, sudanesi, somali, ivoriani. E li hanno già evacuati: sono stati fatti salire su un bus e portati nei centri di prima accoglienza a Imperia. Ma una cinquantina hanno rifiutato di tornare indietro e si sono accampati sugli scogli a Ventimiglia, minacciando di gettarsi in mare. Padre Lorenzo Prencipe, direttore del Servizio nazionale della pastorale dei migranti della Conferenza episcopale francese, è al di là della frontiera e guarda con preoccupazione questa situazione paradossale.

È dal periodo delle cosiddette “primavere arabe” che la Francia sta tenendo sotto controllo le frontiere con Ventimiglia.
Ma oggi le misure si sono rafforzate con l’invio sul confine di gendarmi per garantire che “nessuno attraversi la frontiera francese”. Finora le forze dell’ordine attuavano controlli e respingimenti su campione. Adesso “hanno adottato la misura di non far passare più nessuno” o almeno – denuncia padre Prencipe – “nessuno che abbia la pelle di un certo colore”. La ragione di questo indurimento è chiara: “È essenzialmente legata alla situazione politica elettorale qui in Francia”, che il prossimo anno sarà di nuovo chiamata alle urne per eleggere il presidente della Repubblica, visto che nel 2016 scade il quinquennio di Hollande. Si tratta di una situazione politica incandescente dove il Front National la fa da padrone, accusando il governo di non controllare le frontiere. Quanto sta accadendo tra Mentone e Ventimiglia è un “segnale di forza e in un certo qual modo anche abbastanza ridicolo – sentenzia padre Prencipe – che il governo manda all’opinione pubblica e al bacino elettorale. La Francia da un lato pensa e dice di essere traino in Europa e dall’altro frena su tutto quello che può essere politica di asilo e politica d’immigrazione comune. Questo è il vero nocciolo del discorso”.Passaggio dunque alla frontiera negato, proibito, vietato a chi non è in possesso dei documenti. Se le persone non hanno documenti, vengono rispedite dall’altra parte. Una procedura di controllo che, per essere attuata, necessita della richiesta di sospensione degli accordi di Schengen. È di ieri la proposta del premier italiano Matteo Renzi di avviare “un piano B” se “l’Europa non sceglierà la strada della solidarietà”. Un piano che prevedrebbe anche il rilascio di permessi temporanei ai richiedenti asilo per consentire loro di varcare la frontiera e circolare in Europa. Il responsabile del Servizio migrazioni dei vescovi francesi mette in guardia dal rischio di proporre “misure solo per farsi i dispetti tra Italia e Francia, perché sarebbe giocare alle spalle e sulle pelle di questa gente: non sappiamo, infatti, come saranno trattati dalla gendarmeria gli immigrati una volta superata la frontiera e non sempre i giornalisti sono presenti sul posto per verificare come li tratteranno e se rispetteranno questi lasciapassare. Sarà tutto da vedere. E se la Francia percepisce che è una presa di posizione dell’Italia solamente per risolvere i problemi interni, naturalmente adotterà misure conseguenti”.

Anche la Francia si sta dimostrando assolutamente non all’altezza della situazione.
È di solo una settimana fa l’evacuazione a Parigi, da sotto il ponte della metro a Boulevard de la Chapelle, di 350 richiedenti asilo e potenziali rifugiati e profughi. La loro presenza era un problema per la città de “la vie en rose” che si appresta ad aprire con l’estate la stagione turistica. “E non è bello – dice padre Prencipe – vedere accampamenti a cielo aperto. Come non è bello vederli alla stazione di Milano o alla stazione Tiburtina a Roma”. “Ognuno deve fare la sua parte”, chiede il religioso italiano. “Noi come cristiani e comunità ecclesiali non possiamo tirarci indietro e siamo invitati di fronte a queste situazioni ad accoglierle nella solidarietà. Ma i poteri pubblici, le amministrazioni, devono prendersi la loro responsabilità e mettere in atto politiche reali ed efficaci, capaci di affrontare in maniera organica un problema che non è solamente di emergenza umanitaria. Il problema è che dinanzi alla guerra, ai conflitti che continuano a perpetuarsi in Medio Oriente e in Africa, la gente fugge e cerca rifugio. Bisogna quindi da un lato attrezzarsi e dall’altro fare di tutto perché in quei Paesi ritorni e cresca la stabilità politica”.
Simone Caffarini: