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Contro i femminicidi gli argentini chiedono lo stato d’emergenza

da Buenos Aires, Maribé Ruscica

Con l’appoggio dalla Commissione episcopale “laici e pastorale per la famiglia” (Celaf) e dell’Azione Cattolica argentina, si è svolta ieri (3 giugno) a Buenos Aires – e al tempo stesso in tutte le piazze del Paese – la Marcia contro la violenza di genere, spontaneamente convocata dopo gli ultimi femminicidi perpetrati in Argentina. All’insegna del hashtag #NiUnaMenos, proposto inizialmente da un gruppo di giornalisti, attivisti ed esponenti del mondo della cultura, migliaia di persone si sono mobilitate alle porte del Parlamento per esigere una dichiarazione di emergenza nazionale e l’effettiva applicazione della legge 26.485 del 2009 sulla protezione integrale delle donne che denunciano maltrattamenti. Secondo i dati pubblicati dalla Ong “La Casa dell’Incontro”, (non esistono ancora statistiche ufficiali) l’Argentina sarebbe diventata il Paese dell’America del Sud dove muoiono più donne a causa della violenza di genere: a partire dal 2008 sarebbero state assassinate 1.808 donne e 200 bambini avrebbero perso le loro madri. Solo nel 2014 sarebbero state uccise 277 donne e bambine, 95 di esse ad opera di mariti o fidanzati e 61 per mano di ex conviventi.

In difesa delle donne.
La Chiesa argentina, attraverso un comunicato dal titolo “Custodire la vita e il cuore di ogni donna” firmato dalla “Celaf”, ha manifestato la sua condanna alla violenza di genere e ha sollecitato “un impegno profondo sul rispetto della donna e l’esaltazione del suo ruolo sociale”. “Il riconoscimento della dignità della donna in tutte le sue dimensioni è un segno di maturità sociale che non può essere più trascurato” si afferma nel comunicato, lamentando “la molteplicità di casi di violenza che colpiscono in maniera particolare le donne”. È stato Papa Francesco, nel discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio della cultura, il 7 febbraio 2015 – ha ricordato la “Celaf” -, ad avvertire che pur essendo un “simbolo di vita, il corpo femminile viene, purtroppo non di rado, aggredito e deturpato anche da coloro che ne dovrebbero essere i custodi e i compagni di vita” e a “richiamare l’attenzione sulla dolorosa situazione di tante donne povere, costrette a vivere in condizioni di rischio e di sfruttamento, relegate ai margini della società e rese vittime di una cultura dello scarto”.

Questione nazionale. Il 3 giugno, in un clima di “unità nella diversità”, ognuno ha potuto manifestare contro la violenza di genere, con o senza bandiere, ma con profondo rispetto per gli altri. Sin dal momento della convocazione, diffusa attraverso le reti sociali, “la causa è diventata di portata nazionale”, come ha riconosciuto la ministra della Sicurezza della Nazione, Maria Cecilia Rodriguez in una dichiarazione al quotidiano “Pagina12”. Si è parlato di oltre 80 convocazioni parallele in tutto il Paese. Nello spirito del documento letto durante la manifestazione, sono state cinque le richieste: avviare il Piano di azione previsto dalla legge del 2009; garantire l’accesso delle vittime alla Giustizia – attraverso personale idoneo nei diversi centri di polizia dove si ricevono le denunce – e offrire un patrocinio giuridico gratuito durante i processi; elaborare un Registro delle vittime di violenza di genere; garantire l’educazione sessuale integrale nei vari livelli della scuola in tutto il Paese; assicurare la protezione delle vittime attraverso sistemi di monitoraggio elettronico degli aggressori per impedire la violazione delle restrizioni di avvicinamento ordinate dalla giustizia.

Il ruolo dei media. Alcuni politici hanno già firmato il loro impegno su queste cinque questioni. Ma è anche vero che “tutti i problemi riguardanti la sicurezza – come dichiarato da Maria Cecilia Rodriguez – sono responsabilità dello Stato ma anche un impegno sociale”. E questo infatti è stato un punto ribadito da coloro che sono intervenuti nel corso della manifestazione: “La soluzione per il problema dei femminicidi si costruisce insieme. Il femminicidio non è una questione privata ma prodotto di una cultura e di una società che legittimano la violenza”, hanno affermato gli organizzatori dal palco in piazza del Congresso. Anche ai media sono stati pubblicamente richiesti “Codici di etica” nella diffusione dei casi di femminicidi. Sono stati censurati per la diffusione di stereotipi e degli aspetti morbosi di questi penosi episodi, favorendo l’emulazione della violenza. “Questo modo di trattare la notizia finisce per rendere familiare il femminicidio e, perfino, la triste continuità dello show”, hanno denunciato i promotori dell’iniziativa.

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