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Morire di reality? Il destino non c’entra

Di Francesco Rossi

Uno scontro tra due elicotteri, dieci morti. È questa, in estrema sintesi, la “notizia” della tragedia avvenuta in Argentina, a Villa Castelli, nella provincia settentrionale di La Roja. Un incidente come tanti altri che capitano – purtroppo quotidianamente – con mezzi di trasporto, senza neppure che ci s’interroghi (nel caso, ad esempio, di uno scontro tra due auto) sul fatale “errore umano”. Incidente, dieci vittime, e così si chiude la cronaca.
Se non fosse che questa cronaca ha altri dettagli ineludibili. Il primo: tre delle vittime erano atleti e due di loro ancora molto giovani. Camille Muffat, 25 anni, era una nuotatrice francese, diventata celebre nel 2005 quando, ad appena 15 anni, batté la diciottenne regina del nuoto francese Laure Manaudou. Alle Olimpiadi di Londra del 2012 vinse una medaglia d’oro, una d’argento e una di bronzo; il 12 luglio 2014 l’annuncio del ritiro dall’attività agonistica. Alexis Vastine, 28 anni, era considerato il “pugile maledetto” della Francia per via delle delusioni olimpiche, a cominciare dalla medaglia di bronzo ai Giochi di Pechino 2008 dopo un arbitraggio contestato che gli aveva precluso un risultato migliore, per poi proseguire con un’eliminazione ai quarti di finale a Londra 2012. Segue il tunnel della depressione, con problemi di bulimia e alcolismo, dal quale era recentemente uscito e ora si preparava per Rio 2016. Florence Arthaud, infine, 57 anni, soprannominata “la fidanzatina dell’Atlantico” per via delle numerose traversate solitarie nell’Oceano. Nel 1990 aveva vinto, prima donna nella storia, la traversata in solitaria “La Route di Rhum”, tra Saint-Malo (Bretagna) e la Guadalupa, con radio e pilota automatico entrambi in panne.
Le altre sette vittime, invece, sono i piloti argentini dei due velivoli (Roberto Abate e Juan Carlos Castillo) e cinque francesi della troupe televisiva di Tf1 (i cameraman Laurent Sbasnik e Brice Guilbert, il tecnico del suono Edouard Gilles, la giornalista Lucie Mei-Dalby e Volodia Guinard). Già, perché l’incidente è avvenuto mentre i tre atleti erano impegnati, assieme ad altri cinque connazionali, nelle riprese del reality “Dropped”, un nuovo show dell’emittente francese Tf1 con otto sportivi come protagonisti di prove di resistenza in una zona selvaggia e inospitale a loro sconosciuta. Insomma, una specie di “Isola dei famosi” d’Oltralpe. Senza dimenticare le altre vittime dell’incidente, rattrista pensare all’epilogo tragico di tre “portabandiera” dello sport francese nel mondo, morti per quella che non è niente più di una finzione “realistica” (e da qui l’appellativo di “reality show”).
È stata una fatalità, si dirà, ed è vero. Ma non dimentichiamo i rischi di reality portati sempre più all’estremo, già in passato finiti più volte in tragedia. Nel 2014 Gerald Babin, concorrente 25enne di “Hoh-Lanta”, trasmissione di Tf1 sul modello dello stanunitentse “Survivor”, morì per un attacco cardiaco durante la prova di un naufragio (e dieci giorni dopo il medico francese del programma si suicidò, probabilmente per il rimorso di non essere riuscito a salvare il concorrente); nel 2007 morì annegato in Nigeria Anthony Ogadje, 25 anni, durate una delle prove di resistenza di “Gulder ultimate search”; nel 2009 finì pure annegato Saad Khan, 32enne pachistano che stava attraversando, per una prova legata a un reality thailandese, un laghetto a nuoto con un peso sulle spalle. Morti per reality dove la finzione, a volte, sconfina in una tragica realtà.

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