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“Io, mamma musulmana spiego il male dell’Isis ai miei figli spaventati”

Di Maria Chiara Biagioni

L’Isis minaccia: siamo pronti ad attaccare Roma. La notizia va sui tg, viaggia sul web e i ragazzi, a casa, cominciano a fare domande. “È vero, mamma? Ci attaccheranno?”. E poi le immagini dei vetri rotti, dei morti e degli attentatori con le tute nere e i kalashnikov. L’Isis è entrata nelle case degli italiani senza chiedere permesso. Asmae Dachan è una giornalista italo-siriana, madre di due ragazzi. L’Ordine dei giornalisti delle Marche le conferirà il 7 marzo il premio “A passo di notizia”, dedicato al giornalismo in zone di guerra per i suoi reportage nelle città siriane devastate dai combattimenti e nei campi profughi di confine. “L’Isis – dice – è entrata nelle vite di tutti, anche qui in Occidente, da alcuni mesi, ma sta seminando morte in Siria e in Iraq da più di un anno. Lì ci sono i nostri familiari e, quindi, la preoccupazione, purtroppo, alberga nei nostri cuori già da tempo”.

Asmae, tu, ai tuoi figli, che cosa hai detto?
“Cerco di rassicurarli, di dire loro che stiamo effettivamente vivendo un brutto periodo, che questi uomini vocati alla morte e alla distruzione sono una piaga per l’umanità, ma che le Forze dell’ordine sono vigili e attente”.

Gli psicologi raccomandano di spiegare e di rassicurare. Tu come ti regoli? Fino a dove ti spingi a raccontare “il male”? Insomma, meglio girare canale o rimanere davanti alla tv?

“A volte è meglio cambiare canale, spegnere, abbracciare i nostri figli e parlare loro direttamente, senza passare per gli schemi che certa tv o l’informazione su internet propongono. Bisogna però parlare del ‘male’, delle persone che in nome del potere e del denaro commettono orrori indicibili, ancor più gravi quando cercano di spacciarli per atti commessi in nome della religione, ma che con la religione non hanno assolutamente nulla a che vedere. Non sono discorsi semplici da affrontare e bisogna farlo informandoci noi per primi su cosa sta davvero accadendo, per evitare di creare ulteriore confusione e cadere su luoghi comuni. È importante anche che i ragazzi sappiano che nel mondo ci sono tante guerre, ingiustizie, popolazioni costrette alla fame, private perfino del diritto a curarsi. Tutto questo è ‘il male’ e per quanto ogni genitore ami i suoi figli, purtroppo non possiamo tenerli sotto una campana di vetro e chiudere loro gli occhi. Vanno presi per mano e accompagnati anche affrontando temi dolorosi, che però saranno utili al cammino della loro crescita”.

Tu sei stata in Siria. Come l’hai raccontata ai tuoi figli?
“È triste dover affrontare certi discorsi con i figli; non avrei mai immaginato di raccontare una guerra al presente, tantomeno la guerra che sta martoriando la terra delle mie origini. Ai miei figli ho raccontato la sofferenza e le paure dei loro coetanei, le privazioni a cui sono costretti, quando anche andare a scuola o mangiare, o correre in un prato diventano sogni. Troppo il dolore per tutte le vittime innocenti e grande il senso d’impotenza quando i ragazzi ti chiedono: ‘Perché?’ Ma esiste davvero un perché ai crimini che l’essere umano compie?”.

I genitori, secondo te, sono all’altezza di questo compito?
“Sono fermamente convinta che noi stessi abbiamo da imparare dai nostri figli: quando sono piccoli giocano insieme anche senza parlare la stessa lingua. Siamo noi genitori a trasmettere, forse inconsciamente, sentimenti come la diffidenza e la paura dell’altro. Spiegare il mondo è difficile, forse impossibile, ma stando vigili, informandosi, aprendosi all’altro, cercando un confronto, si evita di annegare nel mare dell’ignoto e della paura”.

I bambini di origine araba in Italia sentono la pressione su di loro?
“I bambini sono sempre molto sensibili e si accorgono degli sguardi spesso sospettosi o insofferenti (rivolti magari ai loro genitori) da parte della gente; capita che si sentano rivolgere domande molto più grandi di loro, che debbano rispondere alle curiosità e alle paure dei coetanei e tante volte anche di insegnanti o adulti. In generale, tutto avviene in un clima comunque costruttivo; per fortuna sono rari i casi in cui ci hanno raccontato di discriminazioni o di episodi spiacevoli. Il ruolo della scuola e dello sport è fondamentale anche per superare la diffidenza e la paura dell’altro e in Italia questo ruolo è vissuto pienamente. Ho molta fiducia nella scuola anche come luogo di crescita personale, oltre che culturale”.

Come vorresti che fossero i tuoi figli quando saranno “grandi”?
“Vorrei che fossero liberi, perché la privazione della libertà, a mio avviso, è la premessa per la distruzione della persona. A fine ottobre è scomparsa prematuramente mia sorella; al suo commiato sono venuti amici, conoscenti, vicini di casa, colleghi di studio e lavoro: chi recitava la fatiha (preghiera islamica), chi faceva il segno della croce, chi, semplicemente, stava in silenzio. Ognuno a modo suo; tutti accomunati dall’amore per lei. Tutti figli della stessa umanità. Insieme. Ecco, vorrei che i miei figli le somigliassero, perché lei è stata capace di amare e farsi amare rispettando le diversità di tutti e facendone una ricchezza”.

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