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Racconto in diretta: vivere a Donetsk sotto i bombardamenti

Di Maria Chiara Biagioni

Si intensificano i bombardamenti nella città ucraina di Donetsk. “In questi ultimi giorni si sentono ormai giorno e notte. E gli ultimi 4 giorni sono stati particolarmente intensi con fuoco sia in uscita sia in entrata senza sosta”. A parlare è Andrea Ciocca, capo progetto di Medici senza frontiere. Si trova da due mesi e mezzo a Donetsk, in Ucraina, e da lì racconta come è la vita sotto i bombardamenti. È un bollettino di guerra: nel fine settimana è stato colpito un centro di distribuzione di aiuti umanitari in città e un autobus, causando la morte di 12 persone. I 4 quartieri che si trovano vicino all’aeroporto sono sotto il tiro dell’artiglieria quotidianamente da mesi ormai.

Ma sono ancora abitati?
“Gran parte della popolazione se n’è andata. Ma c’è chi è rimasto perché non può o non vuole andarsene via. Sta lì, magari passa la notte nei rifugi. Ci sono rifugi antiatomici che sono stati costruiti alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale. Altri invece dopo lo scoppio della centrale nucleare di Chernobyl e tante famiglie passano la notte, alcuni anche le giornate, lì nei sotterranei”.

Qual è la situazione degli ospedali?
“Ci sono a Donetsk decine di ospedali. Gli ospedali vicino all’aeroporto sono stati ripetutamente colpiti. Sono comunque quasi tutti ancora funzionanti”.

Vuol dire che medici e personale sanitario continuano ad andare a lavorare?

“Il lavoro va avanti. Noi li abbiamo visitati tutti e supportiamo 70 ospedali in tutta la zona tra Donetsk, Lugansk e anche dall’altra parte della linea di confine. In queste zone ribelli, lo staff continua a lavorare ancora negli ospedali, nonostante da mesi non riceva stipendio. C’è una presenza di personale che varia tra il 50-70%. Si può dire che il 30% dei dottori e degli infermieri se ne sono andati e in altri quasi la metà. Nonostante ciò, gli ospedali continuano a operare”.

Oltre alla mancanza di personale, quali sono gli altri problemi?

“L’altro grosso problema è la mancanza di rifornimento di medicinali e attrezzature mediche per cui una delle nostre principali attività è appunto quella di rifornirli con tutto quello che hanno bisogno per eseguire e trattare pazienti chirurgici e non. Anche la disponibilità di medicinali nelle farmacie è un altro dei problemi più grossi per la popolazione”.

Fa freddo?

“Sono due settimane che la temperatura fortunatamente si è alzata. Ma alcune settimane fa eravamo a meno 25 gradi. E sono stati giorni duri. Adesso fortunatamente c’è una fase più calda. Anche se in febbraio/inizio marzo sono attese temperature di nuovo rigide. Già prima dell’inverno abbiamo cercato di distribuire coperte il più possibile negli ospedali, nei centri attrezzati per gli sfollati o anche nelle case. Ci sono organizzazioni poi che cercano di riparare le abitazioni danneggiate, distribuendo materiale di riparazione o di isolamento termico. Il freddo complica ancor di più una situazione che già di per sé è drammatica”.

E qual è la situazione psicologica della gente?
“Abbiamo una équipe di psicologi che cerca di individuare le situazioni emotivamente più difficili. Ci sono persone che hanno subito perdite personali o nella propria famiglia e ci sono persone che fanno fatica a dormire, hanno incubi ricorrenti dovuti allo stress di vivere costantemente sotto la minaccia dei bombardamenti. Lavoriamo negli ospedali ma anche nelle scuole con gli insegnanti”.

E i bambini?
“I bambini sono nella fascia della popolazione più vulnerabile, soprattutto dal punto di vista psicologico. Cercano di sopravvivere: alcuni subiscono lo stress e hanno incubi; altri cercano di reagire ignorando la situazione e cercando di eliminare il rumore dei bombardamenti che fa da sottofondo ormai alle loro giornate”.

Come evolverà la situazione?
“È difficile a questo punto individuare una soluzione a breve termine della situazione. Purtroppo tutti gli analisti sono d’accordo nel prevedere un congelamento dei conflitto e una situazione di medio-alto conflitto che continuerà per molto tempo. Ma questo sta avendo conseguenze per la popolazione. Le reti sociali e la possibilità di sopravvivere vanno via via diminuendo e più si prolungherà questo conflitto più la situazione umanitaria diventerà insostenibile”.

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