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Dall’Italia richieste per 40 miliardi al Piano Juncker

Di Gianni Borsa

Opere infrastrutturali, “materiali e immateriali”, come ad esempio “il piano per la banda ultra larga” e “importanti assi stradali e autostradali”; progetti “per la prevenzione del rischio idrogeologico”, per il sostegno finanziario alle piccole e medie imprese, per l’efficienza energetica, persino per il piano “la buona scuola”. Oltre a ferrovie, gasdotti e ristrutturazioni di edifici scolastici. C’è di tutto fra le centinaia di progetti che l’Italia ha presentato a Bruxelles per rientrare nei finanziamenti previsti dal Piano Juncker da 315 miliardi di investimenti, inteso a rilanciare l’economia e l’occupazione, così da uscire dalla lunga fase recessiva che tormenta l’Europa. Ma se Roma ha mobilitato tutta la fantasia possibile per mettere le mani sui fondi comunitari, anche gli altri 27 Stati Ue non sono rimasti con le mani in mano.

Le prossime tappe. C’è chi giura che gli uffici della task force Ue – composta da Commissione e Banca europea degli investimenti appositamente costituita per valutare i progetti giunti da ogni angolo del continente – siano sommersi da voluminosi dossier. Jean-Claude Juncker ha illustrato il suo “piano strategico” il 26 novembre all’Europarlamento; l’Ecofin (ministri economici e finanziari dei Ventotto) lo valuterà il 9 dicembre; poi sarà la volta del Consiglio europeo (capi di Stato e di governo) del 18 e 19 dicembre. Le regole sono chiare: da Ue e Bei saranno messi a disposizione 21 miliardi, contando su un effetto moltiplicatore di 15 euro per ogni euro investito dall’Unione: quindi spazio a fondi statali e privati. I progetti saranno finanziati – senza particolari “quote” nazionali o settoriali – unicamente in base a tre criteri: capacità di generare un “valore aggiunto europeo”, rendimento socioeconomico, possibilità di essere avviati nell’arco di tre anni.

La lista tricolore.
E qui arriva la lista della spesa italiana, stesa dal gruppo di lavoro costituito presso il ministero dell’Economia e spedita a Juncker il 14 novembre. “Un elenco ambizioso”, spiegano al palazzo Berlaymont, dove risiede l’Esecutivo comunitario, con progetti “interessanti” e altri “troppo locali”, destinati a finire in un nulla di fatto. “Una selezione di progetti per una richiesta di finanziamento pari a oltre 40 miliardi di euro”, precisano da via XX Settembre, sede romana del ministero dell’Economia, dove peraltro vige uno strano riserbo attorno all’argomento. Eppure una nota del dicastero parla di “un importante e concreto step”, con l’obiettivo di “rilanciare la crescita” attraverso progetti “in cinque aree: innovazione, energia, trasporti, infrastrutture sociali e tutela delle risorse naturali”.

Dal Brennero a Ragusa.
Così, fra i 2.200 progetti nazionali si trova di tutto. Non potevano, ad esempio, mancare le infrastrutture per i trasporti, in una Penisola lunga 1.500 chilometri: ecco l’autostrada Ragusa-Reggio Calabria, il tratto Orte-Cesena-Mestre, accanto alla onnipresente Salerno-Reggio Calabria, che ha sempre bisogno di rattoppi. Ovviamente le linee ferroviarie: finalmente si parla dell’alta velocità tra Napoli e Bari oltre che tra Brescia e Padova; figura altresì l’odiamata Tav Torino-Lione (700 milioni), cui si aggiungono il potenziamento della Catania-Messina e sistemazioni del tunnel del Brennero. Solo per le ferrovie sono stati invocati quasi 500 milioni di euro; altrettanti per la realizzazioni di nuovi porti, più 190 milioni per l’ampliamento di quello di Civitavecchia. Nel capitolo aeroporti non potevano mancare richieste per Fiumicino (300 milioni) e Malpensa (140 milioni). Nel settore energetico si scorgono piani di efficienza per edifici residenziali, pubblici e industriali (225 milioni), ma anche due centrali a biomasse in Emilia Romagna e in Abruzzo. E, ancora, impianti fotovoltaici, metanodotti, tratti di gasdotto.

La prudenza del ministro.
Le richieste avanzate dall’Italia comprendono idee per la tutela delle risorse naturali oltre a interventi in alcune grandi città – Torino, Genova – con opere idriche e servizi fognari. Poi la formazione, nel senso d’interventi di ristrutturazione o ammodernamento di scuole, residenze universitarie, palestre (i fondi per i corsi di formazione o lo studio all’estero rientrano invece tra i consueti fondi del bilancio “ordinario” dell’Ue). Ora non resta che attendere i verdetti della task force europea. Nel frattempo il ministro Pier Carlo Padoan mette le mani avanti. Di positivo vede il fatto che gli investimenti statali a supporto del piano non saranno conteggiati nel calcolo del rapporto deficit/Pil, proprio come chiedeva il Governo Renzi. Le perplessità sono semmai legate ai “criteri di ripartizione di queste risorse, non tanto verso i Paesi quanto verso i progetti”. A suo dire “ci sono ottimi progetti nazionali che meritano finanziamenti pubblici e che possono attrarre fondi privati”. Infine arriverà una prova per il Belpaese: ossia la reale capacità di gestire i progetti, di co-finanziarli, di condurli al traguardo senza inefficienze, sprechi o malversazioni. Ma questo è un altro capitolo.

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