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L’Isis continua ad attirare nuovi combattenti

Di Umberto Sirio

Se la situazione in Iraq e Siria è sempre più drammatica – come ha testimoniato nei giorni scorsi il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael Sako – non meno grave è la prospettiva di adesione allo Stato Islamico che si sta diffondendo in Asia, soprattutto in Cina, Indonesia, Malesia, Filippine, Cambogia e Singapore.

Le idee dello Stato Islamico una “piaga per la razza umana”. Sono passate quasi sotto silenzio le dichiarazioni dei giorni scorsi del patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena Louis Raphael Sako, che con una lettera inviata a una conferenza internazionale che si è svolta a Vienna sul dialogo interreligioso, ha avvertito che “gli esperti e i dotti di religione musulmana devono contrastare le ragioni dello Stato Islamico, confutare le loro argomentazioni con la giurisprudenza e denunciare le loro pratiche criminali”, perché “le loro idee e i loro pensieri sono una piaga per la razza umana”. “Noi, in qualità di minoranze – ha scritto il patriarca – senza protezione o cura, siamo oggetto di attacchi, i nostri bambini sono minacciati e rapiti, le nostre case depredate o saccheggiate in pieno giorno, come se tutto questo fosse lecito (Halal) e normale. Abbiamo raggiunto la vetta dell’ingiustizia: le nostre famiglie, che un tempo vivevano nelle loro case con dignità e orgoglio, oggi sono sfollate e sparse in molte città e villaggi, in tende o camper, oppure in stanze provvisorie, che sono fornite a titolo gratuito dalla Chiesa. Vi chiediamo di agire in modo responsabile e di fare la vostra parte se lo Stato mostra poco interesse, se non alcuno, a liberare Mosul e le altre città della piana di Ninive, di modo che migliaia di sfollati possano fare rientro nelle loro abitazioni”.

Il Sud-Est asiatico e la Cina. Se questa è la situazione delle minoranze aggredite in Iraq e Siria, non meno preoccupante è l’espansione del fenomeno jhadista in Asia. Un intervento apparso di recente sull’Osservatorio Asia Orientale, a firma Giulia Levi, documenta che nel 2014, circa cinquecento combattenti provenienti da Cina e Sud-est asiatico – tra i quali, 60 indonesiani e circa 100 malesiani – si sono uniti alle unità dello Stato Islamico in Medio Oriente e che le maggiori criticità riguardano i territori di Indonesia, Malesia, Filippine, Cambogia, Cina e Singapore. Le affinità tra lo Stato Islamico ed i miliziani del sud-est asiatico, riguardano, in particolare, i problemi connessi allo scisma tra sunniti e sciiti: se in Indonesia i diritti degli sciiti subiscono gravi limitazioni, in Malesia la pratica dell’Islam sciita è proibita dalla legge. Mancando infatti in Malesia un’ideologia nazionalista assimilabile all’indonesiana Pancasila, che esalta il pluralismo e la diversità dal punto di vista politico e sociale, la dottrina fondamentalista attecchisce con maggiore facilità presso le comunità islamiche. Per quanto riguarda la Cina, in base a quanto riportano le fonti, coloro che si affiliano allo Stato Islamico, appartengono all’etnia musulmana turcofona degli Uiguri, che risiedono nel nord-ovest del Paese, ai quali si attribuisce la responsabilità degli attentati terroristici commessi sul suolo cinese.

I combattenti di ritorno. In Asia, le idee dello Stato Islamico vengono diffuse attraverso l’attività di piccoli gruppi religiosi, i siti Internet, i social network, le università e persino per le vie delle città. Anche se i numeri sono limitati, si intravvede il rischio che i combattenti di ritorno – come già accaduto negli anni ’80 in Afghanistan – contribuiscano alla diffusione del fondamentalismo nei territori di origine. L’altro rischio è quello sottolineato dalla malese Pek Koon Heng, Direttore del Centro Studi Asean e professoressa dell’American University: “La violenza dell’Islam radicale comporterà una sempre maggiore disintegrazione sociale”. Alla quale si può contrapporre, a parere degli analisti, un’azione integrata delle autorità statali interessate.

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