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Sul caso Brittany astenersi dal giudizio è un buon inizio

Di Maurizio Calipari
È morta Brittany Maynard, 29 anni, statunitense, malata terminale di tumore al cervello, che ha scelto di ricorrere al ‘suicidio assistito’. Il fatto riporta al centro il dibattito sull’eutanasia e l’accompagnamento alla morte dei malati terminali. Abbiamo chiesto il parere di Salvino Leone, medico ginecologo e bioeticista, docente di Teologia morale presso la Facoltà Teologica di Sicilia e presidente dell’Istituto di Studi bioetici “Salvatore Privitera” di Palermo.
Alla fine Brittany Maynard ha messo in atto la sua decisione di ricorrere al cosiddetto ‘suicidio assistito’, di fronte alla sua malattia terminale. Qual è il suo commento ‘a caldo’?
“Credo che, in questi casi, si tratti di situazioni in cui è difficile formulare giudizi di condanna o di assoluzione, cioè entrare subito nel merito normativo di un comportamento. Di fronte a scelte così delicate sul piano etico ed esistenziale, scelte che coinvolgono la persona col suo dolore, con la sua visione del mondo, con la sua fede o con l’assenza di essa, bisogna essere molto prudenti prima di formulare giudizi più o meno avventati, anche perché non conosciamo il travaglio interiore che, in una situazione di sofferenza così profonda, può portare a questa decisione estrema”.
La dottrina cattolica rifiuta l’eutanasia, in base alla nozione di “sacralità della vita”; cosa s’intende esattamente con questa espressione?
“L’idea di ‘sacralità della vita’ sostanzialmente indica che la vita non ci appartiene, nel senso di poterne avere pieno dominio e disponibilità. ‘Sacro’ letteralmente significa ‘separato’, ‘che appartiene ad altri’, in questo caso ‘che appartiene a Dio’. Per cui un intervento di carattere soppressivo sulla vita umana, in qualunque stadio essa si trovi, in qualche modo significherebbe espropriare Dio del diritto di vita e di morte che solo a Lui appartiene in quanto Creatore. Di conseguenza, qualunque intervento sulla vita umana deve sempre rispettare questa alterità che la vita in sé rappresenta. Tale principio peraltro, apparentemente recepibile soltanto dalle persone di fede cattolica, ha invece una sua pretesa di universalità”.
A suo parere, questo è un caso di eutanasia vera e propria o può essere configurato diversamente sotto il profilo etico?
“Occorre innanzitutto capire cosa si intenda esattamente, sotto il profilo etico, per eutanasia. Se eutanasia è un atto soppressivo della vita al fine di evitare sofferenze non altrimenti evitabili, allora questo caso rientra nella fattispecie di eutanasia a tutti gli effetti. Ovviamente, mi sto riferendo all’oggettività dell’atto in sé; circa la soggettività della scelta, invece, anche in casi di eutanasia di questo tipo, cioè non compiuta per motivi futili, edonistici o di volontà ipotetica di evitare sofferenze nel futuro e così via, ci sono una serie di valenze soggettive e di ‘attenuanti’ , coinvolte in una sincera scelta ponderata di coscienza, che possono sminuire o , come dice la Chiesa, addirittura eliminare del tutto la colpevolezza morale del soggetto. Quindi, in definitiva, io definirei il caso in questione senz’altro eutanasia, ricordando però che, a livello di responsabilità morale personale, occorre tenere in considerazione le variabili soggettive che nelle scelte di coscienza hanno un loro peso”.
A suo giudizio che peso ha l’ideologia in questo tipo di vicende?
“Temo purtroppo che l’ideologia abbia un grosso peso. Queste situazioni dovrebbero rimanere confinate nell’ambito della valutazione etica e della valutazione esistenziale della persona. Invece, esse vengono spesso cavalcate in modo ideologico, o per attaccare la Chiesa che difende la vita e nega l’eutanasia, o per sostenere leggi a favore dell’una o dell’altra scelta, quindi con una strumentalizzazione politica. Penso che dietro gran parte di queste strumentalizzazioni, sia ideologiche che politiche, in realtà non ci sia un vero interesse per la persona e il suo mondo di sofferenza reale. Al contrario, ci si serve di questi episodi, manipolandoli sui media, per sostenere ancora una volta che la Chiesa è ‘cattiva’ a negare queste possibilità, mentre l’uomo libero – dando per presupposto che la laicità sia una dimensione non chiusa, non ottenebrata dai fumi della dottrina cattolica – ha una visione più aperta e realista. Ma a ben vedere, la Chiesa si mostra molto più equilibrata nella sua valutazione morale, anche in casi del genere, di quanto non la si dipinga”.
La Maynard ha scelto, secondo le sue stesse parole, di morire con “dignità”. Ma anche la Chiesa difende la dignità del morire come un valore. Cosa differenzia le due interpretazioni?
“Il rischio di nominalismo è sempre in agguato. Ci sono parole come ‘dignità’ o ‘libertà’ che assumono connotati e sfumature diverse a seconda della precomprensione che c’è dietro. È ovvio che la stessa cosa detta da me o detta da un’altra persona evidentemente può assumere significati diversi. Per Brittany Maynard ‘morire con dignità’ evidentemente significava morire senza eccessive sofferenze ineliminabili, quando ancora si ha una lucidità e delle condizioni psico-fisiche accettabili. In fondo anche per la Chiesa significa questo, ma con un limite invalicabile, l’intervento diretto soppressivo della vita umana. Per altre visioni del mondo anche questo passo può appartenere alla dignità del morire, ma non per la visione antropologica cristiana. Si tratta dunque di intendersi sui contenuti concreti, ma sul fatto di aspirare ad una morte dignitosa c’è una convergenza generale. Tuttavia nella dignità del morire includerei anche il rispetto (diverso dalla condivisione) per scelte così tragiche, senza giudizi affrettati e senza condanne, perché se qualcuno di noi si dovesse trovare malauguratamente nella stessa situazione, non so poi di fatto, anche in un orizzonte di fede cristiana, quale decisione prenderebbe”.
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