Rifugiati

da Buenos Aires, Maribè Ruscica

Oltre 52mila minorenni centroamericani sono entrati negli Stati Uniti, senza essere accompagnati da adulti, tra l’ottobre del 2013 e il giugno scorso. Il numero – secondo cifre del Dipartimento di Sicurezza degli Usa – rappresenta il doppio dell’anno precedente e ha indotto le autorità dei Paesi coinvolti a parlare di “crisi umanitaria” e della necessità di fermare un esodo che – visto l’alto grado di vulnerabilità della popolazione a rischio – risulta particolarmente drammatico. Difficile da immaginare come bambini e adolescenti – molti dei quali con meno di 11 anni – riescano ad attraversare il deserto messicano a bordo di un treno da carico, non a caso chiamato “La Bestia”, e a sopravvivere, in un viaggio che può durare mesi, alle pratiche criminali dei cosiddetti “coyotes”. E comunque, lo fanno: nascosti tra i vagoni o sui loro tetti, rischiando la vita dal momento in cui salgono sul treno – quasi sempre mentre è in movimento – questi migranti ancora bambini, da soli, sfidano gli abusi sessuali, i furti e gli incidenti ferroviari per affrontare una traversata che, sperano, porti verso qualcosa di meglio.
Fuga dalla povertà e dalla violenza. I minorenni che prendono “La Bestia” nello stato messicano di Chiapas o di Tabasco provengono principalmente dal Guatemala, El Salvador e Honduras e fuggono dalla povertà e dalla violenza, accresciute in questi Paesi negli ultimi anni. Alcuni dicono di andare alla ricerca di un impiego o di un’istruzione per aiutare i propri cari, ma molti ammettono che i loro genitori sono già negli Stati Uniti e che cercano, in realtà, la riunificazione familiare. Sono i genitori, in questi casi, a “pagare” questi pericolosi viaggi per terra, a persone che si offrono di accompagnare i loro bambini dalle città di Tenosique o Tapachula, nel sud del Messico, alla frontiera con la California, e che finiscono per truffarli. La vicenda si conclude quasi sempre con i bambini derubati, abusati e abbandonati sul treno da queste vere reti criminali: i “coyotes”. Alcuni minorenni riescono ad arrivare negli Stati Uniti, ma molti sono arrestati in Messico e deportati o rimpatriati. Ci sono, purtroppo, anche quelli che muoiono durante il viaggio, esposti a condizioni climatiche estreme, disidratazione e denutrizione e quelli che vengono sequestrati dal crimine organizzato, vittime della tratta di persone e dello sfruttamento sessuale.
I deportati ci riprovano. I minorenni soffrono abusi durante tutto il processo migratorio: mentre sono in transito, ma anche quando sono detenuti e perfino durante il processo di deportazione o rimpatrio. Gli abusi, peraltro, non vengono denunciati: nessuno vuole – mentre il treno avanza verso il nord – dichiarare che è entrato nel Messico senza alcuna autorizzazione per migrare. Non sono pochi, poi, quelli che ammettono di essere stati detenuti senza riuscire ad avere un contatto con i rappresentanti consolari o con un’assistenza medica della quale hanno avuto bisogno. Tra i deportati – soprattutto minorenni dell’Honduras – c’è chi afferma di essere stato abbandonato nel posto di frontiera, lontano dagli uffici delle istituzioni di assistenza infantile o dai centri costruiti a tal fine. Ma, come se le penurie e gli abusi di questi viaggi non fossero abbastanza, molti minorenni deportati, appena lasciati alla frontiera, tornano indietro e cominciano a migrare un’altra volta verso il nord…
I numeri delle migrazioni. Secondo quanto annunciato dall’Istituto nazionale di migrazione messicano (Inm), sono circa 250mila i centroamericani rimpatriati ogni anno e oltre 1300 le persone morte o ferite durante il viaggio verso la frontiera con gli Stati Uniti. Per quanto riguarda i minorenni, è stato reso noto che da gennaio a maggio di quest’anno, sono entrati in Messico – e detenuti – 8.007 migranti minorenni, dei quali 5.175 avevano dai 12 ai 17 anni, e il resto – cioè 2.832 – meno di 11 anni. Queste cifre consentono di affermare che si tratta in media di 53 minorenni al giorno con un aumento del 129% rispetto allo stesso periodo del 2013, nel quale sono entrati e detenuti 3.497 minorenni. Tra gli 8007 minorenni giunti in Messico quest’anno, fino al mese di maggio, 4.230 non erano accompagnati da nessun adulto.
Storie amare. Di storie ce ne sono tante. Tutte amare, come quella di Jose Luis Hernandez che è partito un giorno dall’Honduras credendo di poter arrivare negli Stati Uniti per realizzare “il sogno americano” e invece è rimasto addormentato sul tetto del treno, è caduto dal convoglio e ha perso una gamba. “Volevo solo una vita migliore” ha dichiarato poi Jose Luis (19 anni) in una intervista data all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). “Volevo aiutare la mia famiglia a costruire una casa propria, a comprare una macchina…” ha aggiunto. Testimonianze commoventi se ne possono sentire quasi trenta nel documentario “La Bestia, il treno della Morte” (2011) del regista messicano Pedro Ultreras. E lì che Ana María Gonzalez, migrante di El Salvador, confessa in lacrime: “Quando avanzo nel cammino nelle lunghe notti, io parlo a Dio, gli dico Signore mio proteggimi, aiutami Signore, io non voglio perire in questa strada”. Intanto, su “La Bestia” continuano a salire madri e bambini che, nascosti o sul tetto e solo con quanto hanno addosso, provano a superare i nuovi controlli stabiliti per fermare questa migrazione in grande scala. Dei pericoli non vogliono sentir parlare, tale è la disperazione che li spinge. Negli Stati Uniti rischiano di essere arrestati e rinchiusi in centri di detenzione, per avere attraversato la frontiera con il Texas senza documenti legali. Lì, anche le loro richieste di libertà “sotto garanzia” rischiano di essere rifiutate perché liberi, secondo quanto detto dalle autorità migratorie nelle ultime settimane, “potrebbero costituire un pericolo per la sicurezza nazionale”, cioè luce verde per gli altri che volessero entrare. È stato Victor Nieblas, presidente dell’Associazione americana di avvocati d’immigrazione (Aila), ad affermare pubblicamente che “il governo degli Stati Uniti sta cercando di far perdere le speranze alle famiglie detenute nel centro di Artesia, spingendole a firmare l’uscita volontaria”. E comunque, nel sud del Messico ogni volta che il rumore del treno da carico si fa sentire, negli occhi tristi di un centinaio di bambini centroamericani che riusciranno a salirvi si può scorgere la speranza di una vita migliore.

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