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Cervello e Fede

Di Maurizio Calipari

“L’uomo è la misura di tutte le cose” affermava il sofista Protagora già nel V secolo a.C., testimoniando così la tendenza , antica quanto la filosofia, a mettere al centro della riflessione etica, ontologica ed epistemologica gli esseri umani ed il loro agire. Da allora, la prospettiva dell’antropocentrismo ha guidato, con accenti diversi, il cammino delle civiltà euroasiatiche praticamente fino ai nostri giorni, resistendo a svariate critiche. Neanche Charles Darwin (XIX sec.), che con la sua teoria evoluzionista ha sicuramente sferrato all’antropocentrismo il colpo più duro, è riuscito di fatto a distogliere il focus dalla centralità dell’essere umano nella conduzione della storia. Tantomeno le correnti ambientaliste contemporanee più spinte (antispecismo, ecologia profonda) o moderate (cultura “green”, sviluppo sostenibile), riescono a proporre per la loro  visione etica un fondamento in ultima analisi diverso dall’uomo e il suo benessere. Insomma, l’antropocentrismo nella sua accezione più generale, da più di venticinque secoli, continua a contraddistinguere ed ispirare la civiltà globale contemporanea. Ma anch’esso evolve e conosce mutamenti interpretativi, dovendo fare i conti con uno dei fattori di maggiore impatto del mondo attuale, l’inarrestabile ed esponenziale sviluppo delle scienze sperimentali applicate all’uomo, e tra queste, in particolare, le neuroscienze. I crescenti risultati ottenuti da queste discipline, infatti, spingono a verificare ed affinare le differenti visioni antropologiche, spostando progressivamente l’accento sulla centralità del cervello umano.

E man mano che le conoscenze sul cervello si accrescono, rivelando aspetti inediti del suo ruolo nelle diverse attività umane, all’interesse degli scienziati si aggiunge anche quello degli antropologi e dei filosofi, sempre più interessati ad interpretare l’eventuale rapporto di interconnessione tra attività cerebrali e “mente” (pensiero, coscienza, spiritualità).
Ma torniamo alle neuroscienze. Specialmente negli ultimi dieci anni si è registrato un imponente avanzamento delle conoscenze in questo affascinante settore della medicina, anche grazie allo sviluppo di nuove e sofisticate tecniche di neuroimaging funzionale, di primaria importanza per le neuroscienze cognitive e la neuropsicologia, oltre che per la clinica e la diagnostica neurologica, consentendo lo studio delle alterazioni encefaliche conseguenti a patologie traumatiche, oncologiche, vascolari e neurodegenerative.
Negli ultimi anni, l’impiego di queste metodiche si è concentrato sull’effettuazione dei cosiddetti studi di “attivazione”,  che permettono di individuare le aree del cervello attivate quando il soggetto compie un determinato compito, fornendo una chiave interpretativa del complesso rapporto tra comportamento, emozioni, funzioni cognitive e substrato neuronale.
L’attenzione allo studio del cervello umano ha ovviamente attratto anche gli interessi internazionali.
Gli Usa per primi hanno deciso di investire cospicue risorse per promuovere studi in questo settore così affascinante. “The Decade of the Brain”, il decennio del cervello, così fu denominata la campagna promozionale promossa negli Usa, dal 1990 al 1999, dall’amministrazione Bush (padre), finalizzata ad accrescere nell’opinione pubblica la consapevolezza dei potenziali benefici derivanti dalle ricerche sul cervello umano. Ed è dell’inizio del 2013 la notizia (The New York Times) che l’amministrazione Obama ha stanziato ingenti fondi (si parla di 300 milioni di dollari l’anno) per finanziare per i prossimi dieci anni un’imponente ricerca scientifica, di presunto impatto pari a quello del Progetto Genoma Umano nel settore della genetica, il cui scopo è disegnare la mappa il più possibile completa delle attività del cervello umano nelle sue distinte aree.
Insomma, senza bisogno di scomodare profezie, ce n’è abbastanza per concludere che per i prossimi dieci anni, il tradizionale antropocentrismo, riferimento stabile del pensiero e dell’etica per tanti secoli, avrà sempre più i connotati di un “neurocentrismo”. Ma, occorrerebbe domandarsi, con quali conseguenze?

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