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Economia, facciamoci del male

Di Nicola Salvagnin

Il buongoverno ha tanti nemici: alcuni palesi ed esterni, altri occulti e magari “autoctoni”. Tra questi, elenchiamo la fretta, l’incompetenza, la demagogia, la furbizia. Un po’ di esempi per chiarire cosa spesso si fa in Italia, e invece si dovrebbe proprio evitare: l’esperienza può insegnare.
L’automobile. Il secondo bene di consumo per valore economico dopo la casa. Quando, nel 2011 e già in piena crisi economica, il governo Monti cercò affannosamente risorse per tenere a galla l’Italia, si concentrò su una delle più classiche vacche da mungere: l’automobile.
L’Iva sugli acquisti, sui ricambi; le spaventose accise sui carburanti; la stretta quasi radicale sulla deducibilità dei costi (un quarto di quella tedesca, tanto per capirsi). Risultato: gli italiani smisero di acquistare auto, il mercato crollò, un terzo delle vendite sono da allora evaporate e con esse quasi la metà degli autosaloni, molte officine meccaniche, carrozzerie, elettrauto, noleggi, fabbriche di componentistica, polizze assicurative… Un disastro che ha tra l’altro bruciato decine di migliaia di posti di lavoro, senza alcun beneficio per lo Stato.
Anzi! Il crollo delle immatricolazioni ha fatto crollare pure le entrate Iva, è calato il consumo dei carburanti (quindi meno accise), la perdita di posti di lavoro ha distrutto entrate Irpef e Irap. Il danno fiscale è quantificabile in miliardi di euro. Si chiama: eterogenesi dei fini, si voleva il caldo, si è finiti al Polo Nord. Ma bastava rispettare un antico detto che spiega che la vacca dà il latte che ha. Non di più. Poi crepa, e finisce il latte.
Ma bisogna pure avere una certa dose d’insipienza nel non capire che l’aumento di certe tasse porta esattamente al risultato opposto di quello sperato. Sempre in quei tempi si decise – sull’onda anche di spinte demagogiche – di supertassare il bollo delle auto cosiddette “di lusso”, quelle insomma da una certa cilindrata in su. Buono il principio? Pessimo il risultato.
Crollo di immatricolazioni, soprattutto rottamazione di vecchie auto che furono di lusso, ma che a questo punto pagano un bollo spaventoso rispetto al valore residuo dell’auto stessa. Morale della favola: 140 milioni di euro di minori incassi. Si commenta da sé.
Sempre la demagogia ha spinto negli anni scorsi a super-incentivare le fonti energetiche “pulite”, in Italia soprattutto il fotovoltaico e l’eolico. Con il risultato che gli incentivi pubblici sono stati talmente generosi da provocare due conseguenze: l’esplosione della produzione “pulita” e della conseguente spesa di incentivo. Quest’ultima la paghiamo noi, in bolletta: forse la principale tra le cause che la portano ai livelli più alti tra i Paesi industrializzati. E fin qui…
Ma la corsia privilegiata verso queste fonti ha squilibrato tutta la nostra catena di produzione. Sole e vento hanno limiti intrinseci non superabili (la notte, la mancanza di vento). Quando non danno il loro apporto, dovrebbero intervenire le centrali a metano o a olio. Peccato che queste debbano sempre cedere il passo alle rinnovabili, e alla fine siano azionate solo per brevi periodi, senza alcun tipo di programmazione. Così sono quasi tutte andate in malora, facendo fallire le aziende proprietarie o procurando loro enormi perdite economiche. Non ci avevamo pensato: facciamoci i complimenti, l’abbiamo voluto a furor di popolo.
Poi ci si mette la furbizia italica, materia prima della quale siamo tra i primatisti mondiali. Una cosa che riesce a lastricare verso l’inferno la via percorsa dalle migliori intenzioni. Vedi la norma che ha istituito le società a responsabilità limitata a capitale ridotto (ricordate le “srl ad un euro”?) e con burocrazia limitata all’osso, compreso il passaggio notarile. Il fatto che tale formula abbia stimolato l’auto-imprenditorialità, soprattutto quella giovanile, è materia di discussione. Il fatto che abbia sicuramente aiutato la criminalità organizzata, è cosa appurata: si prende qualche prestanome, si approfitta dei controlli quasi zero, si fa acquistare loro le aziende della malavita sottoposte a sequestro giudiziario, le si svuota ben bene del patrimonio che hanno facendo tornare lecitamente i soldi tra le mani della stessa malavita a cui sono stati sequestrati. Il tutto con l’involontaria complicità di un legislatore che deve sempre ricordarsi che l’Italia non è la Norvegia.

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  • Articolo molto bello e lucido. Ne attendo un'altro sui magnifici risultati delle politiche fiscali sulle case e sui capannoni industriali. Grazie. v. d'ascanio.