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Vescovo Gestori “La nostra Diocesi è bella!”, incontro con i delegati al secondo Convegno Ecclesiale Marchigiano

Di A.B.

DIOCESI – Il nostro Vescovo ha incontrato i delegati al 2° convegno ecclesiale di Loreto “alzati e va’… Vivere e trasmettere oggi la fede nelle Marche” per condividere e mettere a frutto l’esperienza vissuta. Innanzitutto ha comunicato la sua prima impressione ricevuta: un grande entusiasmo da parte dei delegati.
Entusiasmo che ha contagiato anche i Vescovi tanto che presto si riuniranno di nuovo per parlarne affinché questo evento non sia una parentesi nella vita ecclesiale , ma sia il momento dell’ “alzati e va’…”.
La riunione è stata voluta perché il condividere ciò che ogni delegato ha portato a casa per il bene suo personale e della diocesi è un modo per essere Chiesa, per viverla, per rilanciarsi , per ritrovare entusiasmo. L’incontro è stato un momento alto per far rivivere i concetti assimilati e le proposte avanzate al fine di far vivere meglio la Chiesa locale.

Il Vescovo ha ricordato che l’Avvento è il momento dell’ “andiamo incontro al Signore con gioia” ovvero dell’agire. L’Avvento è vegliare ,cercare di capire e tenersi pronti. Vegliare è guardare al futuro, desiderare , sperare avere fede . Cercare di capire è avere una fede pensata, una fede adulta. Tenersi pronti per fare, per operare in base alla fede e alla speranza fondata sulla fede. E allora cosa desiderare dopo il convegno ecclesiale? Innanzitutto di non lasciarsi rubare la speranza e i doni vissuti a Loreto , di non farseli rubare dal “dimenticatoio” dove finiscono tante valide esperienze .Poi, sicuramente, di capire cosa è stato vissuto in maniera tale che la fede possa diventare adulta , non basata sull’emotività, una fede capita per farla capire , sapendo che si è tanto più convincenti quanto più si è convinti. Infatti i sentimenti non bastano, occorre diventare operativi ricordando che la prima operatività è la carità , prendendo esempio da Maria: la Vergine crede dice “avvenga di me”, ma subito dopo è già operativa , serve, va da Elisabetta.

A Loreto i convegnisti hanno operato dividendosi in quattro ambiti: il primo era “ vivere e trasmettere la fede oggi: essere Chiesa in ascolto, aperta al dono di Dio e dei fratelli” il secondo “ vivere e trasmettere la fede oggi: essere Chiesa madre capace di generare alla fede” il terzo “ vivere e trasmettere la fede oggi: essere Chiesa famiglia accogliente e premurosa verso tutti”, il quarto “ vivere e trasmettere la fede oggi: essere Chiesa in missione presente nel territorio e in dialogo con le culture e le religioni”. In ogni ambito operavano sei laboratori organizzati in modo da facilitare l’ascolto reciproco. Questo convegno ha dimostrato che insieme si può lavorare meglio ed essere più credibili, infatti il metodo laboratoriale ha permesso ad ognuno di essere soggetto attivo e non solo oggetto di formazione.

“Occorre essere più forti a centrocampo” è stato lo slogan/proposta del primo ambito, ovvero bisogna essere più preparati, ma insieme .
Questo “insieme” si riflette anche sulla pastorale che deve avere come fulcro la famiglia, famiglia che deve essere seguita durante i sacramenti dei figli. L’esperienza famiglia è così rilevante che è necessario servirsi di più della figura del diacono che ha un’esperienza come figlio marito padre educatore! Discutendo sul dono della vita si è focalizzato quanto sia fondamentale fare apprezzare questo dono specie ai giovani. Infatti se si sono persi i valori è perché non sono stati trasmessi.
Trasmettere ai ragazzi il valore della vita serve a ridare loro la speranza.
I ragazzi hanno idee ben chiare: per trasmettere loro i valori, ridare la speranza occorre riempire la vita di significato e questo si può fare se si è testimoni.
Occorre dare risalto alla parte positiva dei giovani; è il caso di smetterla con il solito paragone della foresta che cresce e non fa rumore, parliamo delle foreste che crescono . E poi si torni agli oratori , facciamo crescere i ragazzi e saranno loro l’esempio per gli altri. Quanto alla liturgia si è parlato di “meno messe e più Messa” per riscoprire i significato profondo di quello che si celebra e quindi riscoprirsi ( anche grazie ad una formazione permanente).
La Chiesa ha un tesoro una ricchezza un fuoco nascosto sotto la cenere della crisi, ma la cenere custodisce il fuoco, occorre soffiarla via , cioè fare le cose con cura con attenzione. Pertanto occorre formare una vera comunità per celebrare un’eucaristia fruttuosa e formare sulla liturgia chi svolge un ruolo nella celebrazione. Formare per conoscere e riscoprire quello che si celebra, il suo significato. Così si può apprendere che coloro che non possono ricevere l’eucaristia possono chiedere la benedizione oppure fare la comunione spirituale (per farla conoscere si potrebbe stamparla e metterla a disposizione in chiesa), si riscopre la bellezza dell’adorazione dopo la Messa e delle altre celebrazioni che sono un grande tesoro della Chiesa. Si è parlato delle diverse esperienze di chi torna alla fede : il problema è che nelle Chiese c’è un’eccessiva clericizzazione pertanto è difficile vivere come laici nella chiesa, specie nel momento in cui si torna,: occorre un cammino di formazione. E quanto ai formatori, come si formano i catechisti? Il desiderio è quello di disegnare dei percorsi a livello regionale per catechisti. E poi occorre una formazione continua : il percorso catechistico non può ridursi a 2 o 3 incontri. In questi percorsi devono essere coinvolti anche gli insegnanti di religione.

Anche nell’ambito 2 si è parlato di giovani e anche in questo ambito sé è colto lo stile positivo e propositivo privo delle “litanie delle lamentele”. Si è notato che la Chiesa marchigiana ama ritrovarsi insieme : da qui la proposta di vivere una “settimana di vita” in comune, tutte le diocesi potrebbero fare questa esperienza rivolta ai giovani. In questo ambito si è rilevato che per un prete è impegnativo seguire i giovani: si propone, di conseguenza, di riservare un prete per la pastorale giovanile , in modo che non abbia altri incarichi ed impegni. I giovani, infatti, chiedono di essere più partecipativi , più coinvolti. Esiste già un laboratorio giovani che dà loro ascolto, ma questo non basta, in quanto vogliono essere soggetti attivi, vogliono fare proposte, non essere solo esecutori ma anche collaboratori. Dalle esperienze è emerso che oggi la fede non si può più presupporre per questo la famiglia deve andare nelle famiglie per l’evangelizzazione, curando le relazioni per un apostolato di amicizia. Occorre una missione diocesana popolare. Inoltre bisogna curare le giovani coppie: dopo il matrimonio, dopo il battesimo dei figli , le coppie vanno accompagnate seguite. Questo accompagnamento serve anche a far si che successivamente i genitori vengano coinvolti nel catechismo dei figli. Esiste comunque e sempre una frase previa a tutte le altre: formare i formatori, gli accompagnatori per avere credibilità. In questo ambito si è rilevato che non ci sono molti esperti nel campo delle famiglie ferite,non ci sono percorsi innovativi. Pur restando incontrovertibile l’amore con cui la Chiesa accoglie le persone che soffrono , non c’è soluzione per la comunione ai separati divorziati risposati. Quanto alla mancanza di vocazioni religiose si rileva che la famiglia non educa più in questa prospettiva e i sacerdoti non ne parlano abbastanza; più che un’equipe vocazionale diocesana è necessario l’accompagnamento. Dove c’è una comunità religiosa c’è un valore , un bene in più per il paese : purtroppo ce se ne accorge solo quando una casa chiude e allora scatta il rimpianto. Comunque si è visto che c’è sempre una Chiesa desiderosa di superare le difficoltà . E una difficoltà emersa è quella di una mancanza di coordinamento fra le tante comunità parrocchiali ( gruppi, movimenti ecc.) . Occorrerebbe un sacerdote che facesse conoscere e incontrare tutte le realtà parrocchiali, che spingesse gli uni a frequentare gli altri. E’ utopia? Il dubbio resta!

Nell’ambito 3 (essere Chiesa famiglia accogliente e premurosa verso tutti), si è rilevato che la Chiesa ha gli stessi problemi della famiglia, in particolare l’individualismo che segna le famiglie si trova anche nella Chiesa. D’altro canto si avverte nei laici il desiderio di vivere gli organismi di partecipazione , non per rivendicare uno spazio, ma per dare un contributo. La proposta emersa è quella di strutturare la parrocchia con uno stile familiare , cominciando anche dal tener conto degli orari della famiglia o superando la settorialità che divide giovani e non, o prevedendo dei momenti per la famiglie. Questo potrebbe servire anche ad evitare le “periferie esistenziali” cioè quei luoghi interiori talvolta creati da sé stessi . Esistono periferie esistenziali di adolescenti ,di divorziati,di poveri., ma in questa società chi ha un’educazione religiosa è un diverso , finisce in periferia. Occorre una Chiesa delle periferie esistenziali per far scorgere la luce in fondo al tunnel. Tra queste periferie c’è anche la sofferenza , l malattia, la morte. L’Unitalsi è una valida realtà delle Marche in queste “periferie”.

Anche nell’ambito quattro (essere Chiesa in missione presente nel territorio e in dialogo con le culture e le religioni) si è vista una Chiesa viva giovane e sull’onda dell’entusiasmo che ha contagiato tutti, è stata già fissata la riunione per i responsabili del ministero dell’accoglienza. Si è discusso di alleanza educativa tra le famiglie e le altre agenzie educative , in primis la scuola, ma anche lo sport , il lavoro. Questi settori seguono ognuno il proprio cammino e parlano linguaggi diversi. Se si vuole parlare di alleanza educativa occorre avere il coraggio della condivisione per tendere ad una formazione in toto dunque non una formazione “per il cielo” contrapposta a quella “ per la terra”. Occorre avere il coraggio di incontrarsi in un’etica del lavoro educativo. Infatti se è vero che oggi la famiglia tende a delegare l’educazione dei figli alla scuola allo sport all’associazionismo, è altrettanto inconfutabile che quando non vuole delegare ma essere partecipe non trova spazi, non viene ascoltata. Del problema dell’ascolto si è parlato anche nel laboratorio relativo al pluralismo culturale e religioso. I punti nodali del problema sono infatti il conoscere l’altro e conoscere e diverse realtà. Questi temi per la loro dirompente attualità richiedono una grande attenzione. Nel laboratorio relativo ad arte e turismo si è proposto di contattare delle scuole religiose europee per attuare uno scambio con le nostre:i ragazzi avrebbero così tra l’altro l’opportunità di conoscere il nostro territorio, la nostra arte e contemporaneamente di fare un pellegrinaggio, di avere- grazie alla spiegazione dei quadri nati come lezione di catechismo per gli analfabeti- un approfondimento su temi sacri. Formando adeguatamente il personale dei musei sul significato delle opere esposte, ogni turista potrebbe diventare un pellegrino!

In trema sintesi l’esigenza emersa trasversalmente da tutti gli ambiti è stata la necessità di una profonda formazione e della formazione dei formatori perché nemo dat quod non habet ( nessuno dà quel che non ha).

A fine riunione, il Vescovo ha concluso che l’esperienza del Convegno è stata positiva, gioiosa, una vera ricchezza “Questo è visibile nelle vostre parole” ha sottolineato “quando ci si raduna nel nome del Signore succede il miracolo, emerge il fuoco.” Sintetizzando l’incontro ha evidenziato in primis che il problema fondamentale è la questione antropologica :cos’è l’uomo? Noi uomini cosa siamo? Io chi sono? Avendo rimosso Dio abbiamo rimosso l’uomo. L’uomo è immagine di Dio , se rimuove Dio cosa è? Una bestia un sasso?

Il secondo punto prepotentemente emerso è l’educazione. Cosa vuol dire educare?far conoscere dal di dentro!non è abilitare,dare abilità ,dare una forma! E considerato che l’uomo no è un’isola, deve essere con gli atri. A questo punto si pone il problema della comunicazione, della difficoltà del linguaggio, quindi per capirci sulle parole, sul significato di parole come amore libertà educar, si deve convergere. Anche questo è un problema di formazione.
Il Vescovo ha fatto presente che essendo le Marche più piccole di una grande città ( ovviamente per numero di abitanti) i corsi per catechisti per fidanzati, la formazione permanente si possono istituire a livello regionale , senz’altro arricchiscono di più. Anche per i giovani trovarsi a livello regionale può essere un’esperienza più gratificante. Bisogna prestare una grande attenzione ai giovani: sono meglio di quello che comunemente si pensa di loro. Si debbono offrire loro proposte più alte ,più positive, più vere.

Infine ha rivolto un vero complimento alla nostra Diocesi “ la nostra Diocesi è bella!” Quanta gioia in questa sintesi! E che compiacimento nel pensare al suo successore “ che è davvero bravo, preparato, dolce, rispettoso, la persona giusta a posto giusto.” Per questo ha voluto scrivere al Santo Padre per ringraziarlo della scelta, del dono fatto alla Chiesa di San Benedetto del Tronto,Montalto, Ripatransone. Sul piano “civile” il futuro Vescovo ha studiato psicologia alla Gregoriana, insegna all’Università Cattolica e dirige un istituto di formazione. Quali sono le cose belle della nostra Diocesi ? l’età media dei preti che si è abbassata (in controtendenza rispetto al resto dell’ Italia) e che si abbasserà ancora grazie alla prossima ordinazione di tre giovani.. C’è un clero giovane con una mentalità nuova. Altre cose belle sono i gruppi locali vivaci, preparati,inseriti in diocesi, nelle parrocchie e poi il Sinodo celebrato.

Ricordiamo che sabato 11 gennaio a Brescia ci sarà l’ordinazione episcopale di mons. Bresciani e domenica 19 entrerà in diocesi con l’incontro a San Basso dei malati e delle famiglie, cui farà seguito a San Benedetto l’incontro con il mondo del lavoro,delle autorità e dei giovani e quindi la celebrazione in Cattedrale.

Ed ora, come ci ha raccomandato il nostro Vescovo “ preghiamo per il nuovo Vescovo”… e per l’attuale.

Redazione: