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“O’ scià”, Papa Francesco

Di Patrizia Caiffa

Un grido forte contro l’indifferenza nei confronti dei migranti. Un richiamo alle responsabilità di tutti per fare fronte al dramma ignorato delle vittime del mare, 19 mila morti alle frontiere d’Europa dal 1988 ad oggi. È stata una visita storica quella compiuta oggi da Papa Francesco nell’isola di Lampedusa. Il primo viaggio di Papa Bergoglio, la prima visita di un pontefice a Lampedusa. Tutto organizzato in soli cinque giorni, dopo aver risposto, di cuore, all’invito che il parroco di Lampedusa don Stefano Nastasi gli aveva fatto in una lettera il 19 marzo scorso. Tutta la popolazione si è mobilitata per accogliere oggi, sotto un sole africano e con un calore umano che solo i siciliani sanno dimostrare, il Papa venuto dalla fine del mondo.

La corona di fiori e l’incontro con gli immigrati. Una visita di una sola mattinata che sembra essere durata tantissimo, tanto l’impatto emotivo ed eccezionale dell’incontro. Prima che il Papa arrivasse, nella notte è stato soccorso l’ennesimo barcone, con 166 immigrati subsahariani, tra cui quattro donne. Infreddoliti e ignari di cosa li aspettasse sull’isola. In questi anni la Capitaneria di porto ne ha salvati circa 30 mila. Papa Francesco è arrivato all’aeroporto di Lampedusa alle 9.15 per poi imbarcarsi a Cala Pisana su una motovedetta della guardia costiera. In mare è stato scortato da centinaia di barche di pescatori. Un momento fortemente simbolico è stato il lancio della corona di fiori in mare, in omaggio alle vittime, nel punto più a sud di Lampedusa, di fronte al monumento la Porta d’Europa che ricorda i morti nel Mediterraneo. E altamente toccante è stato l’incontro con una cinquantina di immigrati – scelti tra il centinaio ospitati ora al centro di Contrada Imbriacola – appena sbarcato al Molo Favarolo, dove abitualmente vengono dati i primi soccorsi ai migranti. Qui ha abbracciato bambini, ascoltato con commozione i racconti tragici delle violenze subite in Libia e durante i “viaggi della speranza”.

Un vero e proprio mare di folla che sventolava cappellini e foulard bianchi e gialli, 10 mila persone accertate, di cui molte arrivate stamattina con il traghetto, ha accolto in un abbraccio emozionato Papa Francesco. Tanti i giovani delle organizzazioni umanitarie che operano con i migranti, le mamme con i bambini. Nel campo sportivo Arena scandivano lo slogan “Si vede, si sente, Francesco è qui presente”. Striscioni che dicevano al Papa “Il tuo sorriso dà senso alla nostra vita” o che denunciavano la tratta di esseri umani. In prima fila persone disabili e malati, mentre sul palco un altare colorato fatto con una lancia di pescatori. Il leggio a forma di timone, il pastorale e il calice erano realizzati da artigiani locali con i materiali dei barconi affondati. Le carcasse sono lì vicino, a pochi metri dal molo. A destra, la statua della Madonna di Porto Salvo, molto venerata dagli isolani.

O’ scià ai musulmani. È stata una liturgia penitenziale per chiedere perdono per “l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle”, per “chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore” e “per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi”. Letture e preghiere forti, l’episodio di Caino e Abele nella Genesi, il Vangelo di Matteo sulla fuga in Egitto e la strage degli innocenti per mano di Erode, tutti riferimenti al dramma dei migranti che fuggono da miseria, povertà e disperazione per cercare in Europa speranze di vita. Da quel leggio Papa Francesco nell’omelia ha chiesto più volte a braccio, tra gli applausi commossi della folla: “Ciò che accaduto non si ripeta, per favore”, riferendosi all’ultimo naufragio di cui ha letto notizie sui giornali. E poi, rivolgendosi agli immigrati musulmani ha detto: “La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi, O’ scià”, il saluto tipico dei lampedusani che significa “tu sei il mio fiato, il mio respiro”, come dice una madre al proprio figlio, un intercalare affettuoso che si usa anche tra amici e parenti. E più avanti, sempre un fuori programma. “Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati tra le mani dei trafficanti che sfruttano la povertà degli altri per farne fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto, ed alcuni non sono riusciti ad arrivare!”.

La messa si è conclusa con il saluto finale di monsignor Franco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Commissione episcopale per le migrazioni, che ha descritto Lampedusa come “una lampada accesa, un faro, uno scoglio”, invitando a “promuovere politiche adeguate di giustizia e di rispetto di ogni vita umana”. Il Papa è poi andato nella parrocchia di San Gerlando mentre suonavano campane a festa. Qui ha ringraziato ancora i lampedusani “per l’esempio di amore, carità e accoglienza che ci date”. “Ma quanta sofferenza”, queste le parole che il Papa ha detto più spesso a mons. Montenegro, che ha poi auspicato al Sir la revisione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione: “È una gabbia. Dobbiamo smettere di pensare alle migrazioni come ad una emergenza. È una normalità da accettare. Ora spetta ai politici riflettere su ciò che il Papa ha detto e tenerne conto”. Per padreFederico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, la visita “è stata estremamente positiva: il Papa ha dato al mondo una testimonianza” e “richiamato ciascuno di noi alla responsabilità, a tutti i livelli”.

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