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Oggi la vera rivoluzione è rimanere sposati?

DIOCESI – Oggi e’ diventata l’eccezione che conferma la regola riuscire a far durare un matrimonio.
Ci si stanca con facilita’ del partner, una volta finito il ” tempo delle mele”, le preoccupazioni della gestione familiare, i problemi relativi ai figli, la mancanza di denaro, il mutuo, le tasse da pagare, i bolli delle auto, i genitori anziani a cui badare contribuiscono non poco a scatenare quella tempesta nella vita di tutti i giorni che uccide l’amore.
Ma la soluzione e’ davvero la rottura del matrimonio?
Iniziare una nuova relazione e mantenere due famiglie, anziche’ una?
O cio’ peggiora le cose? Mettiamoci per un attimo dalla parte di una coppia di amanti che coronano finalmente, dopo anni di clandestinita’, il loro sogno, lasciano le rispettive famiglie, andando a vivere insieme. Ma un conto era vedersi di nascosto, col brivido e la passione dell’emozione, un altro vivere la quotidianeita’, con tutti i problemi ad essa connessi, anzi: raddoppiati, dal momento che si e’ ancora obbligati ad occuparsi dei figli del precedente matrimonio e di altre questioni pratiche connesse alla prima famiglia. Non solo: l’amante sa che il suo compagno ha gia’ lasciato un partner e potrebbe rifarlo. Allora subentrano le gelosie, le paure e la vita diventa un inferno, costruito con le proprie mani.
Che cosa fare, allora? La soluzione non è la fuga dalla realtà, il rifugio nell’emozione, che è fugace e passeggera, lo scappare dalle responsabilità, che purtoppo sono imprescindibili. La soluzione è affrontarle insieme.
Il matrimonio è un po’ come una barca in mare aperto, in mezzo alla tempesta o al mare “bunazze”, cioè “calma piatta”
. Comunque bisogna affrontare insieme le situazioni. Certamente se non c’è l’amore di fondo, questo risulta impossibile, se non si ama l’altra persona, se non la si rispetta profondamente, se non si desidera condividere ogni momento, dai più belli e gioiosi, a quelli più amari.
Gli ingredienti per un felice matrimonio sono dunque: l’amore, quello vero, profondo e duraturo, non quello passionale o passeggero, l’essere “in Grazia di Dio”, ossia non aver compiuto nulla contro il Signore, la preghiera e il guardare alla Famiglia di Nazareth.
Quante volte, nei momenti di difficoltà, bisognerebbe pensare: “Chissà che cosa avrebbero fatto Maria e Giuseppe?” e immaginarli, con la fantasia, nella loro casa, a volte anche come profughi, in Egitto, in terra straniera, intenti al loro lavoro, lei a casa, lui in bottega, affrontare l’adolescenza di Gesù, quando rimase a Gerusalemme anziché seguire i genitori, affrontare il dolore senza fine che sarebbe seguito con la Croce, e ancor prima, il dover partorire un Figlio da extracomunitari, senza un posto dove stare, senza alcuna accoglienza. Come ha reagito la Famiglia di Betlemme? E come reagiremmo noi? Rimboccandoci le maniche e facendosi coraggio oppure strappandoci i capelli e litigando a tutto andare? Certo, il segreto di un legame profondo nasce dalla fiducia e dal rispetto. Un partner che tradisse l’altro, non avrebbe chanches, anche nel futuro. Un partner che mortificasse, offendesse, umiliasse l’altro, non riuscirebbe più a ricomporre i “pezzi” infranti del legame matrimoniale. Allora bisogna pensarci prima e porre le basi salde e invalicabili per il rispetto dell’altro, senza superare mai quella confidenza o familiarità che la convivenza 24 ore su 24 tenderebbe a produrre. Queste sono le basi, poi c’è il dialogo, continuo e costante, su qualsiasi argomento, senza cesure. Ciononostante, verranno i momenti della prova e del dolore, ma con la preghiera, il Signore ci munirà di “spalle forti e salde” per sopportarli. Un altro ingrediente è il dono, continuo e costante che si fa’ al coniuge o ai figli: andarli a riprendere di notte, per non farli salire sulle macchine degli altri, seguirli nella scuola e nei compiti, impegnarli in mille attività , sostenerli a non scoraggiarsi, farli partecipare a gruppi e associazioni, stargli “dietro”. Tutto questo è un lavoro silenzioso che non paga subito, anzi: stanca, ma con il tempo, darà i suoi frutti, quando meno ce lo aspettiamo. E’ così che i figli impareranno l’amore verso gli altri, il dedicarsi al prossimo, il sacrificarsi perché si vuole bene, impareranno da noi l’amore e la condivisione. Altrimenti, se i genitori non li seguono o li lasciano troppo liberi o senza regole, verrà un punto in cui sbatteranno la porta dietro le loro spalle e faranno come gli pare, perché avranno imparato da noi genitori il menefreghismo. Una famiglia che funziona non è il prodotto di una ricetta, ma può avvicinarsi a qualcosa di divino, se funziona davvero. Verranno i giorni della delusione e del pianto, ma ci saranno anche quelli del sorriso e della gioia incontenibile. Ciò che costruiamo oggi, lo rivedremo , costruito, domani. Una famiglia se funziona è la cosa più bella: a tavola i genitori mangiano i bocconi peggiori e lasciano quelli migliori ai figli, soddisfatti del dono che fanno. Un coniuge che si prende  cura dell’altro ammalato con piccole attenzioni, si riempie il cuore di felicità, perché davvero c’è più gioia nel dare, piuttosto che nel ricevere. Il percorso è in salita, ma bisogna resistere e perseverare, perché dopo si verrà ricompensati. In alcuni momenti risuonano alla mente le parole della formula sponsale: “…Nella buona e nella cattiva sorte…” ed è vero, sarebbe troppo facile essere uniti solo nella buona sorte, come molti oggi intendono. I momenti bui rafforzano il legame, se presi nel verso giusto. Quando la famiglia è buona, allora si apre anche all’esterno e diventa un dono, per chi ha bisogno. Questa è l’ultima richiesta del Signore, cioè l’apertura agli altri, perchè l’ultima tentazione del maligno, quando non riesce a fare altro- è invece quella di amare solo i propri familiari, lasciando fuori gli altri, questo è l’ultimo egoismo con cui il male mina la famiglia. Per ultima istanza, bisogna affidarsi al Signore e lasciarsi guidare. I problemi si risolveranno.

Susanna Faviani: Giornalista pubblicista dal '98 , ha scritto sul Corriere Adriatico per 10 anni, su l'Osservatore Romano , organo di stampa della Santa Sede per 5 anni e dal 2008 ad oggi scrive su L'Avvenire, quotidiano della CEI. E' Docente di Arte nella scuola secondaria di primo grado di Grottammare.