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Una straordinaria figura di santo: il martire. (terza parte)

Il martire e la morte

Essendo il martire il santo che muore pur di rimanere fedele a Cristo, si può tentare un confronto fra la sua morte la morte come era vista nell’antichità. Sia i Giudei che i Romani avevano una sorta di orrore per i cadaveri: per i primi venire a contatto col corpo di un morto era fonte di contaminazione e di impurità, per i conquistatori del mondo antico invece i corpi dei morti, o le loro urne cinerarie, dovevano essere conservate fuori dalle mura della città. Per i Romani infatti dovevano essere tenute ben distinte le città dei vivi da quelle dei morti. L’avvento della figura del martire sulla scena del mondo mina queste concezioni. Se in un primo momento, proprio a causa della vecchia mentalità, i luoghi di culto dei martiri sorgevano fuori dai centri abitati, quando il cristianesimo  inizia a diffondersi e a diventare maggioritario, i corpi dei santi martiri vengono introdotti nelle città per essere onorati nelle grandi basiliche: il cristianesimo ebbe la capacità di invadere con entusiasmo il paesaggio tardoromano[1]

Il martire e il corpo

A livello antropologico si tratta di una vera e propria svolta dovuta alla concezione cristiana del rapporto anima-corpo. Mentre per gran parte della cultura antica il corpo era una sorta di prigione per l’anima, una soffocante gabbia che le impediva di esprimersi e manifestarsi, per il cristianesimo anche il corpo, al pari dell’anima, è visto con spirito positivo ed esso stesso è oggetto della redenzione operata da Cristo visto che i corpi dovranno risorgere come lui è risorto. Il corpo del martire dunque, non è come per gli antichi, la scoria della quale l’anima si è finalmente liberata, ma il luogo dove si manifesterà il trionfo definitivo di Cristo: dopo essere stato associato alla sua Passione, il martire sarà associato alla sua Resurrezione.

Il martire è un eroe?

Spesso si è sostenuto che il culto dei martiri sia solo la traslazione in campo cristiano del culto tributato dagli antichi romani ai defunti e agli eroi. Se effettivamente vediamo l’accorrere di numerosi fedeli alle tombe dei martiri, allo stesso modo in cui gli antichi romani si recavano presso le tombe dei loro cari (o di qualche particolare personaggio come un imperatore divinizzato) ciò non può essere visto come un trasferimento dall’antica alla nuova pietas, ma piuttosto come un tratto comune dovuto più che altro alla stessa natura umana attenta a venerare le persone che non ci sono più. La figura dell’eroe e del martire inoltre si distinguono profondamente: mentre nel primo si esalta la forza, il potere, la vittoria, nel martire  emerge l’apparente sconfitta, l’umiliazione, la caduta a terra. Ma proprio in questo fallimento umano il martire si rende prossimo al divino per mezzo dell’emulazione di Gesù. Il martire tende dunque ad essere un tutt’uno con Cristo, cosa che invece non si riscontra fra l’eroe e le divinità pagane che godevano comunque di un culto distinto.



[1] PETER BROWN, Il culto dei Santi, p. 16

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Nicola Rosetti: