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Rivolgersi a Dio con una lingua sacra?

VATICANO – In occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, molti programmi televisivi stanno dedicando alcune puntate speciali a questo importante evento storico-religioso.  Anche su la7 “L’infedele“, condotto da Gad Lerner, andato in onda lunedì 8 ottobre si è interessato di questo argomento, avendo fra gli altri come ospiti, lo storico Alberto Melloni, il Cardinale Angelo Scola, il professor Roberto de Mattei e il giornalista Giuliano Ferrara.

I programmi tv non sono delle aule accademiche e il format di tali trasmissioni non consente, come è ovvio che sia, l’adeguato approfondimento che certi temi meritano. In un tempo relativamente breve gli intervenuti hanno dovuto esprimere le loro idee su contenuti molto eterogenei. Noi vorremmo fermare la nostra attenzione su una battuta fatta dal conduttore.

Come è noto, Gad Lerner è di fede ebraica e rivolgendosi ai suoi interlocutori, per la maggior parte cattolici, ha espresso una forma di benevola “invidia” perché questi, nelle loro liturgie, usano le lingue volgari che facilmente possono comprendere, cosa che non avviene nella sua religione. Così facendo, Lerner ha toccato, seppur in modo veloce e sbrigativo, uno dei temi delicati del concilio sul quale vorremmo brevemente riflettere

Come sappiamo dopo il Concilio Vaticano II, le conferenze episcopali si sono adoperate per tradurre nelle proprie lingue il rito della Messa. Prima del Concilio l’uso del latino permetteva ai fedeli di distinguere in maniera netta l’ambito sacro da quello profano, perché adoperare un’altra lingua faceva loro ben comprendere che, mentre partecipavano alla liturgia, stavano prendendo parte a qualcosa di diverso rispetto a ciò che quotidianamente li occupa. Inoltre la lingua latina era un segno dell’unità della Chiesa: se i fedeli cattolici fossero entrati in una qualsiasi chiesa, in qualunque parte del mondo, avrebbero partecipato allo stesso rito, celebrato nella stessa lingua, sentendosi ovunque sempre a casa.

La scelta post conciliare di celebrare in lingua volgare ha dunque offuscato questi due aspetti (il sacro e l’unità), portando però l’indubbio vantaggio di un rito che può essere più facilmente compreso e vissuto dai fedeli laici. Inoltre celebrare in volgare ha sicuramente avvicinato i cattolici ai protestanti che già dal XVI secolo potevano prendere parte alle loro funzioni nella lingua nazionale. A  causa di questa  nuova prassi però il cristianesimo ( quello cattolico e quello protestante appunto, ma non quello ortodosso) è diventato l’unico monoteismo che celebra i suoi riti nella lingua volgare.

Chissà però se Gad Lerner o un leader musulmano sarebbero disposti a pregare in lingua volgare! Forse la risposta sarebbe un secco “no”, perché in queste due religioni le tradizioni linguistico-liturgiche sono tenute, giustamente, in gran considerazione. È quindi curioso vedere che chi non cambierebbe mai il suo modo di relazionarsi con Dio attraverso una “lingua sacra” provi invidia verso coloro che invece pregano in lingua volgare!

La posizione, paradossale se si vuole, di Gad Lerner gode della buona compagnia in casa cattolica di quanti plaudono alla scelta della lingua volgare e allo stesso tempo, nella pratica del dialogo interreligioso, esaltano in queste religioni l’uso di una speciale lingua liturgica: quello che questi cattolici non vogliono per la loro religione, lo apprezzano nelle altre!

La battuta di Lerner dovrebbe dunque aiutarci a riflettere su questi temi, possibilmente in termini ecclesiali. Come cattolici del XXI secolo dobbiamo serenamente accettare quanto il Concilio su questo tema ci ha proposto, ma senza presumere di essere i migliori cristiani di tutti i tempi e senza ergerci a implacabili giudici di tutti quei fratelli nella fede che prima di noi si sono avvicinati al Mistero di Dio attraverso l’antico rito in lingua latina. Durante quest’anno della fede dovremmo, e sarebbe una grande grazia, non ragionare più con le categorie politiche “conservatore” e “progressista” ma, in modo più evangelico, dovremmo imparare ad estrarre dai tesori della Chiesa cose antiche e cose nuove come lo scriba della parabola di Matteo.

Nicola Rosetti: