FOTO San Benedetto Martire, il vescovo Carlo: “Il Patrono è nostro maestro di vita”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tre applausi spontanei: uno al momento dello sbarco, l’altro al momento del rientro nell’abazia del Paese Alto, l’ultimo alla consegna della chiave urbana. Il popolo dei fedeli, particolarmente numeroso, ha fatto sentire la sua vicinanza a San Benedetto Martire, in occasione della giornata-clou della ricorrenza nella quale si celebra il patrono della città: quel 13 ottobre nel quale, storicamente, ricorre l’anniversario del martirio, avvenuto nel lontano 304 in territorio dell’attuale Cupra Marittima.

E proprio da Cupra, quest’anno è stato ripetuto idealmente un tragitto compiuto quasi duemila anni fa. Una processione marina che infatti portato la statua del Santo-Soldato dalla città di San Basso alla Città delle Palme. Secondo la storia locale, il corpo esanime del legionario romano convertito al cristianesimo (per questo martirizzato) fece il medesimo percorso, sospinto da dei delfini.

Scortata dalla Guardia costiera e attorniata da altri mezzi nautici, l’effigie del Martire Benedetto è stata trasportata dall’imbarcazione “Ammiraglia” degli armatori Gian Primo Ascani, Pietro Greganti e Andrea Stampatori; accompagnata dal sindaco cuprense Alessio Piersimoni e dal parroco di S. Basso, don Armando Moriconi. Dopo lo sbarco, dal porto è iniziata la processione che ha percorso il cuore della città. A presiedere il rito, il vescovo Carlo Bresciani, assieme a numerosi sacerdoti, tra cui il vicario generale don Patrizio Spina, il parroco dell’abazia patronale, don Guido Coccia e monsignor Romualdo Scarponi, per lunghi anni curato “sudentrino”.

Un corteo animato dalla banda cittadina, dal folklore delle donne in abiti tradizionali dell’Utes, degli antichi romani di Artocria (che sabato hanno rievocato il martirio di Benedetto), insieme ad associazioni combattentistiche e d’arma. Presenti, naturalmente, le principali autorità civili e militari. Davvero molta gente in processione, tanta da non riuscire ad entrare tutta nella chiesa del Paese Alto, dove successivamente il vescovo Bresciani ha celebrato una messa solenne.

«Siamo qui oggi davanti al nostro patrono – ha detto il vescovo nella sua omelia – come davanti a un maestro saggio a  cui chiediamo lezioni autentiche di vita, per noi stessi e per la comunità religiosa e civile che  ci vede riuniti e nei confronti delle quali ognuno di noi ha delle precise responsabilità, secondo  i diversi ruoli che in esse esercitiamo. Il santo patrono, infatti, può ben a ragione essere  ritenuto per tutti noi un maestro di vita. È stato scelto come patrono appunto perché lo si è  ritenuto un esempio da imitare».

Monsignor Bresciani ha descritto il patrono come un esempio di vita. «Soldato dell’esercito romano – ha ricordato – ovviamente non è stato scelto come patrono in quanto militare, ma poiché testimone di valori alti. Valori che l’hanno portato al martirio, con il quale si è mostrato più forte nelle armi spirituali che nell’uso della spada. Nell’immediato è apparso un perdente, è stato ucciso. Martirizzato. Ma ha ottenuto molto di più con il suo martirio, che con le sue battaglie a cui per obbedienza ha partecipato. Ha mostrato cioè che il progresso di una civiltà non sta nell’uso della forza ma nei valori su cui si fonda. La vera forza di una comunità non sta nelle armi o nelle varie forme di violenza, compresa quella verbale. La forza sta nei valori che ispirano la vita delle istituzioni, dei cittadini e dei fedeli. I valori per i quali il nostro patrono è stato pronto a sacrificare la sua stessa vita sono quelli che hanno permesso alla civiltà europea di essere per secoli  e secoli un faro per l’intera umanità. Si tratta dei valori del Vangelo e universali: solidarietà, uguaglianza, rispetto della dignità di ogni persona».

Quasi al termine del rito, come tradizione vuole, c’è stata al consegna, da parte del sindaco Pasqualino Piunti, della chiave urbana al santo protettore: gesto carico di significato, che simboleggia l’affidamento delle sorti della città al suo “Divo Patrono”, come recita l’iscrizione presente all’interno dell’abazia sambenedettese. Poi il vescovo ha invocato il Santo-Soldato, recitando con tutti i fedeli una nuova preghiera. Un’invocazione appositamente composta dal monsignore e dai temi attualissimi, visto che si chiede l’aiuto di S. Benedetto «affinché tutti possano avere un lavoro sicuro e un guadagno dignitoso per sé e per le proprie famiglie». La celebrazione si è chiusa con la benedizione alla città che il vescovo ha impartito dal belvedere di piazza Sacconi.

L’omelia completa è disponibile cliccando qui

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