Libia. Fermi (Intersos): “Business partenze rallentato dal conflitto. L’inferno nei centri gestiti da milizie”

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Patrizia Caiffa

In Libia “non c‘è una ripresa dei flussi di migranti in grandi numeri, le partenze sono molto casuali. I trafficanti sono miliziani e ora sono impegnati a combattere. E’ un business diffuso ora rallentato dalla guerra”. A raccontare al Sir quanto sta accadendo in questi giorni in Libia è Cesare Fermi, responsabile dell’unità migrazioni di Intersos, che opera tra Libia, Tunisia e Grecia. L’Ong Intersos è presente da un anno in Libia con tre operatori internazionali e una ventina di locali. Con una precisazione: “Noi non lavoriamo nei centri di detenzione governativi e non siamo finanziati da fondi italiani. I centri non offrono condizioni dove una organizzazione umanitaria può intervenire, perché è una situazione prossima ai campi di concentramento. Per noi sono una questione da Corte penale internazionale”. Da sei mesi Intersos ha aperto a Tripoli, insieme all’Unicef e in coordinamento con la municipalità, un centro diurno sperimentale per minori vicino all’aeroporto. Finora hanno fornito servizi a 600 bambini e ragazzi libici e un’ottantina di migranti: aiuto psicologico, educazione informale, protezione legale, ricongiungimenti familiari e attività ricreative. “Di

Cesare Fermi, responsabile unità migrazioni Intersos

solito non è possibile lavorare con libici e migranti insieme, questo per noi è già un successo”, dice Fermi. Una nuova metodologia che vorrebbero replicare anche nel sud della Libia, se le condizioni della sicurezza lo consentiranno. In più hanno team mobili che incontrano le persone nelle zone degli insediamenti dove vivono gli sfollati a causa della guerra. Si stimano 700.000 persone sfollate ma non esistono numeri certi. “La guerra a Tripoli – racconta –  è abbastanza localizzata per cui l’economia va avanti, anche se con difficoltà. Non ha creato il panico tra la popolazione come sperava Haftar. Però gli sfollati hanno paura di muoversi. Perciò i team mobili forniscono un minimo di aiuto materiale (acqua, coperte e cibo). Cerchiamo di individuare i casi più urgenti, bambini in condizioni fisiche o psicologiche gravi. Li prendiamo in carico o li indirizziamo al centro”. Da quando è iniziato il conflitto tra le truppe del governo di Tripoli guidato da Farraj al-Serraj per rispondere all’offensiva delle milizie che fanno capo al generale Kkalifa Haftar, è più difficile lavorare. “L’aeroporto di Mitiga – prosegue Fermi – ogni tanto chiude a causa dei bombardamenti. Abbiamo briefing per la sicurezza ma lo staff internazionale va e viene, la situazione è ancora gestibile. Anche se negli uffici pubblici non si sa chi darà i visti, chi riconoscerà i progetti. Alcuni sono chiusi, non ci sono i referenti, non c’è luce elettrica”. Gli operatori umanitari sono abituati a lavorare in contesti pericolosi come la Repubblica Centrafricana o la Nigeria, dove si rischiano assalti, rapimenti, estremismi. “In Libia è una insicurezza diversa, molto improvvisa – spiega Fermi -, la paura c’è ma riceviamo informazioni sulle zone dove è in atto un’offensiva”. In Libia lavorano 16 Organizzazioni non governative internazionali riunite nel Libyan Ingo Forum. Nei giorni scorsi hanno chiesto ai leader della Unione europea di “cessare di supportare il sistema di detenzione arbitraria e assicurare la protezione di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in un Paese devastato dalla guerra”.  Più di 3000 persone sono confinate in una ventina di centri di detenzione governativi in prossimità dei combattimenti. Fermi auspica “corridoi umanitari europei almeno per provare a svuotare il serbatoio Libia” anche se “l’inferno vero” sono i centri gestiti dalle milizie, dove nessun operatore umanitario finora è potuto entrare: “E’ il disastro della Libia. Sono fuori ogni controllo”.

Il conflitto non sembra diminuire di intensità né l’Europa trovare soluzioni. Qual è la situazione nel paese ?

Haftar non ha mai avuto la forza per imporsi, forse poteva contare solo sull’effetto sorpresa. Le offensive in Libia sono strane perché si combattono a colpi di dollari e autobotti di petrolio. Il controllo del territorio da parte di Haftar, come ci fanno vedere nelle cartine, in realtà non c’è. I villaggi libici sono rimasti com’erano. E’ riuscito però a destabilizzare la Libia, anche al Sud. La nostra paura è che la situazione sia destinata a durare. Probabilmente l’obiettivo di Haftar era di conquistare Tripoli, non c’è riuscito finora, quindi la situazione è ferma. Quello che è certo è l’aumento della forza dello scontro militare perché sono arrivate armi da Egitto, Turchia, Arabia Saudita per entrambi i contendenti.

Quando il conflitto aumenta di intensità è segno che non si risolverà in tempi brevi.

Il problema per noi è l’accesso umanitario. A sud prima c’era possibilità di negoziato ora è molto più difficile. Pensiamo che la guerra non finirà alla svelta e non ci sarà un cambiamento a breve.

L’ipotesi di un intervento internazionale è possibile?

Potrebbe anche succedere ma pensiamo di no. A Tripoli la guerra si combatte strada per strada, è una guerra urbana. Non so se i Paesi occidentali sono disposti a mettere a disposizione truppe di terra.

Troppo rischioso.

Alcune settimane fa è stato bombardato a Tripoli un centro di detenzione per migranti, con una settantina di morti. Perché le truppe di Haftar hanno colpito proprio loro?

I libici conoscono bene il proprio territorio, il bombardamento ci suona poco casuale,

non sembra frutto di uno sbaglio di mira. La Libia ha i droni, le coordinate Gps.

Per la società libica i migranti hanno un valore quasi pari allo zero, per cui vengono usati come scudi umani o semplice strumento pressione nei confronti dell’altra fazione. Il governo libico ha molta paura di un possibile ricorso alla corte penale internazionale per crimini di guerra. Per questo ha dichiarato di voler chiudere i centri di detenzione per migranti, per non rischiare di avere potenziali problemi. Peraltro i centri governativi sono una minima parte della questione. Il vero problema sono i centri gestiti dai trafficanti, a cui non è permesso l’accesso.

Cosa auspicano le Ong che operano in Libia?

La comunità delle Ong spera che almeno quelli governativi vengano chiusi.

Ma non c’è nessun piano da parte del governo quindi i migranti finiranno in strada, si nasconderanno o saranno usati dalle milizie per qualche motivo correlato alla guerra. Noi stiamo cercando di chiuderli e far uscire le persone dal Paese.

La proposta di corridoi umanitari europei è fattibile?

E’ fattibilissima anche se politicamente è complessa. In Libia si parla tanto della valutazione dei criteri di ammissione prima della partenza. Questo è uno dei nodi più problematici, perché i centri non sono gestiti in modo umanitario. Il corridoio umanitario che manda una trentina di persone in Italia ogni qualche mese serve a poco, è più una mossa politica. Noi lavoriamo anche in Niger e in altri Paesi del Sahel e ci rendiamo conto che la situazione è molto più complessa ed incastrata. Ad esempio non tutti i migranti vogliono venire in Italia. Molti vorrebbero restare in Libia dove c’è lavoro. Però noi

siamo favorevoli ai corridoi umanitari europei almeno per provare a svuotare il serbatoio Libia. Perché la questione è seriamente europea.

I migranti detenuti nei centri delle milizie sono completamente abbandonati a se stessi. Non si può fare niente per loro?

Quello è l’inferno vero. E’ il disastro della Libia.

Sono fuori ogni controllo. I trafficanti libici trafficano in oro, in benzina raffinata e in esseri umani. Per loro i migranti non sono altro che dollari. Finora nessuno è riuscito ad avere un approccio umanitario o una possibilità di negoziazione. L’unica soluzione è il controllo del territorio, quello che speriamo tutti per la Libia. Anche perché ai libici non piacciono i trafficanti, li considerano dei criminali. Ma se l’Europa litiga come sta facendo sarà difficile. E il governo Serraj è sempre stato debole.

C’è un aumento o una diminuzione delle partenze dei barconi?

I trafficanti sono miliziani, quindi ora sono impegnati a combattere. C’è un movimento sul lato Tunisia ma sono minori tentativi e casi molto locali. In Libia nessuno ha il controllo situazione a livello generale, quindi quello che succede sulla costa dipende dalla situazione locale. E’ il singolo trafficante a decidere se ha la possibilità di far partire un carico di esseri umani oppure no. Sicuramente non c‘è una ripresa dei flussi in grandi numeri, le partenze sono molto casuali.

E’ un business diffuso ora rallentato dalla guerra.

Si imbarcano anche i libici?

Qualche libico partiva anche prima verso l’Italia. Ci sono sicuramente sfollati interni ma è una guerra a bassa intensità, l’economia a Tripoli va avanti, ci sono zone dove si combatte ma la gente lo sa. Non si pensa ancora a spostamenti importanti di persone. Se si spostano i libici vanno a casa di parenti, poi magari tornano a casa quando i combattimenti finiscono.

Lavorando sul campo come vedete il futuro della Libia?

Noi speriamo di avere, almeno a livello locale, situazioni in cui si può negoziare per creare dei modelli operativi che ottengono risultati positivi per la comunità. Per iniziare a chiudere i centri locali e avere un minimo di accesso umanitario. Ma non ci facciamo illusioni. Il problema della Libia è che i soldi ci sono, quindi la negoziazione è più difficile perché pensano di non avere bisogno di aiuti esterni. È una chiara situazione che deriva da politiche internazionali.

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