Verso la Settimana sociale di Cagliari, Franco Veccia: “dobbiamo arrivare a maturare un vero cambiamento”

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Alberto Baviera

È possibile fare impresa, generare occupazione e lavoro, reggere le sfide del mercato e della contemporaneità valorizzando l’attenzione alle persone e ai suoi bisogni, rispettando l’ambiente, tessendo reti virtuose che un rafforzano un territorio. Lo dimostrano le tante “buone pratiche” raccolte nel cammino di avvicinamento all’imminente Settimana sociale, in programma a Cagliari dal 26 al 29 ottobre sul tema “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”.

Franco Veccia, direttore della pastorale del lavoro diocesana afferma: “Non ci ritroveremo a Cagliari per celebrare un bel convegno. Data la gravità della situazione, ciò suonerebbe come una stonatura.
Le giornate spese insieme vogliono piuttosto segnare una tappa di un cammino sinodale volto a capire, a trovare soluzioni, ad avanzare proposte.
Il nostro ritrovarci vuole essere piuttosto un modo per stare vicini a chi si trova in difficoltà. Un modo per dire che non ci vogliamo dimenticare di nessuno. Seguendo l’indicazione di Papa Francesco, siamo qui per “iniziare processi” che impegnino le comunità cristiane e la società italiana nel suo insieme (Evangelii Gaudium, n. 223). Nello spirito di quei ‘cammini sinodali’ che papa Francesco raccomanda come antidoto alla sclerosi ecclesiastica, l’Instrumentum Laboris (in allegato) costituisce un testo aperto che, raccogliendo i primi frutti del percorso compiuto in tante Diocesi e Associazioni nei mesi della preparazione, intende offrire la base di riferimento comune per un ordinato svolgimento dei lavori assembleari. Così da rendere la 48ª edizione delle Settimane Sociali vera esperienza di Chiesa, momento fruttuoso e propositivo a beneficio dell’intero Paese e soprattutto di chi soffre per la mancanza o la cattiva qualità del lavoro.

Il metodo che ci siamo dati è basato su quattro registri comunicativi: denuncia, ascolto, raccolta delle buone pratiche, proposta. Lo scopo è quello di arrivare a maturare un vero cambiamento del nostro modo di essere e di fare. Una conversione di cui ha bisogno l’intera società italiana. La sfida che ci aspetta nei prossimi anni è infatti quella di realizzare un cambio di paradigma, passando da un modello basato sullo sfruttamento e l’espansione illimitata ad uno centrato sulla persona umana e sullo sviluppo umano integrale, sostenibile e inclusivo. È in questa nuova cornice che il lavoro che vogliamo va cercato e trovato”.

Alcuni esempi:

B Corp. “Siamo una ‘B Corp’ dentro, un’azienda che, al di là del profitto, lavora per il benessere di comunità e persone”. Così Nicoletta Alessi Anghini, referente per la responsabilità sociale di Alessi, presenta com’è oggi la realtà aziendale fondata dal bisnonno Giovanni che, nel 1921, diede vita nel Cusio ad un marchio che è diventato storico per la produzione di casalinghi. Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, con l’introduzione del design, è nata “l’Alessi così come è oggi”. “Fino ad allora – spiega – l’estetica negli oggetti per la cucina non era un valore. Oggi collaboriamo con oltre 300 designer in Italia e nel mondo”. Identità ben radicata, frutto anche delle generazioni che si susseguono, che ha fatto dell’Alessi “una pocket-sized multinational” con prodotti diffusi in tutto il mondo e 450 dipendenti, 330 dei quali impiegati nella sede originaria di Omegna (Vb). “Siamo la prima azienda del design italiano ad aver ottenuto la certificazione di B Corp e siamo orgogliosi di averlo fatto al primo tentativo, senza dover cambiare nulla nei processi che mettevamo in atto da molti anni con una grandissima attenzione per persone, contesto e ambiente”. Ricordando che “la vera responsabilità sociale di un’impresa è innanzitutto far bene il proprio mestiere di impresa creando un buon lavoro”, Alessi cita alcune iniziative particolari attuate dall’azienda: il progetto “Buon Lavoro – La Fabbrica per la Città” grazie al quale “nel 2013 in un momento di sovracapacità produttiva anziché attivare la cassa integrazione ha consentito di proporre ai dipendenti di dedicare una parte delle ore lavorative ad attività socialmente utili a favore della comunità locale”. L’idea è proseguita: “nei casi di attivazione di cassa integrazione ordinaria, ai dipendenti che dedicano ore al volontariato l’azienda integra lo stipendio fino a portarlo quasi a quello percepito normalmente”. Un pacchetto di iniziative è destinato poi ai dipendenti che hanno famiglia mentre attraverso la “Partecipazione al risultato aziendale (Pra), il 5% dell’ebit ogni anno viene suddiviso tra i dipendenti dell’azienda indipendentemente dai risultati personali”.

Family-friendly. “Senza le persone che lavorano quotidianamente all’interno della nostra realtà e senza il loro know-how non sarebbe possibile crescere e migliorare anno dopo anno: ecco perché da sempre investiamo in attività di formazione e welfare, progetti che creano valore aggiunto a livello sociale ed umano, per le persone”. Questa la filosofia che si tramanda da oltre 100 anni in Lubiam, azienda leader nell’abbigliamento maschile d’alta gamma fondata nel 1911 da Luigi Bianchi. Il “Made in Italy” – spiega Edgardo Bianchi, pronipote di Luigi e ad di Lubiam – “è per noi il fondamento principale non solo in termini di garanzia di qualità ma anche perché la nostra azienda è da sempre radicata nel territorio”. L’azienda infatti ha deciso di mantenere il sito produttivo originario a Mantova, puntando su macchinari all’avanguardia e sull’esperienza e la professionalità di personale altamente qualificato. Anche per questo Lubiam, oggi in mano alla quarta generazione della famiglia, “è insieme tradizione e innovazione: investiamo risorse per rinnovare lo spirito dell’azienda attraverso proposte nuove e di qualità, non solo in termini di stile e di prodotto, ma anche nella gestione del personale, ma senza mai dimenticare le nostre radici”, afferma Bianchi. Diverse le iniziative rivolte ai dipendenti, che per circa l’84% sono donne. Negli anni – racconta – “tra le molte politiche attivate ci sono l’orario flessibile, il part-time, l’apertura nel 2010 dell’asilo nido ‘Ida ed Edgardo Bianchi’, il progetto Baby-Lubiam, la ludoteca per i figli dei dipendenti nei periodi di chiusura delle scuole”. “Inoltre – aggiunge – siamo partner della Rete territoriale di conciliazione di Mantova e abbiamo implementato progetti che ci hanno permesso di contribuire a sostenere i dipendenti nelle spese per visite mediche, libri scolastici, centro ricreativo diurno estivo (Cred), servizi per familiari anziani o disabili”. “Queste politiche – assicura Bianchi – hanno un impatto positivo sulla produttività e contribuiscono a creare un clima sereno nel quale lavorare e collaborare”.

Rete. “Abbiamo fatto rete con Libera, con il Comitato don Peppe Diana, con la diocesi di Aversa e con quelle agenzie territoriali che per noi sono fondamentali per aiutare e sviluppare processi di rete”. Parte da qui Giuseppe Pagano, vicepresidente di NCO, per parlare di questa realtà del mondo cooperativo che ha avuto le sue origini ad Aversa con un progetto sperimentale sulla riabilitazione psichiatrica di persone che si trovano da anni in situazioni o manicomiali o di cliniche o di comunità. In cogestione tra Asl, Comuni, famiglie e organizzazioni del Terzo settore, “il programma – spiega – prevede la possibilità di avere una casa, attività di relazioni” oltre al fatto che “i ragazzi diventino soci delle cooperative sociali e siano coinvolti in un percorso di formazione al lavoro”. Così sono nate diverse iniziative, a cominciare dal primo ristorante-pizzeria sociale a San Cipriano d’Aversa: “aperto nel 2007 – racconta – è diventato ‘NCO – Nuova Cucina Organizzata’ dove si vendono e si trasformano prodotti provenienti da terreni confiscati alla criminalità organizzata o da circuiti del commercio equo e delle organizzazioni territoriali”. “Nel 2011 – prosegue – abbiamo implementato il consorzio ‘NCO – Nuova Cooperazione Organizzata’ con organizzazioni sociali che oggi si occupano di un’intera rete di attività e di filiere”. Dal centro di trasformazione a Maiano di Sessa Aurunca alla fattoria di ‘Un Fiore per la vita’ ad Aversa, dai vigneti e cantina della cooperativa Eureka su terreni prima a Casal di Principe e poi a Santa Maria La Fossa al catering del ristorante-pizzeria che si trova oggi a Casal di Principe, in un bene confiscato alla criminalità organizzata. Una rete che si è ampliata negli anni: “All’inizio eravamo una ventina di soci, ora i soci delle cooperative del consorzio sono circa 200”. In espansione anche le attività del consorzio NCO: dalla trasformazione e commercializzazione dell’olio alla spumantizzazione del vino con metodo Charmat ma anche il bed&breakfast a Maiano con la novità dell’apertura di un ristorante.

Seconda chance. “Diffondere una nuova filosofia, quella della seconda chance. Lo facciamo offrendo un’altra opportunità alle donne detenute del carcere di Borgo S. Nicola di Lecce e del carcere di Trani e dando una nuova vita a tessuti e oggetti”. È questo l’obiettivo di “Made in carcere”, marchio lanciato dieci anni fa da Officina Creativa, la cooperativa sociale fondata nel 2004 da Luciana Delle Donne. “Il sogno era quello di creare un modello di sviluppo sostenibile che non fosse solo un progetto di beneficenza, ma – spiega Delle Donne – un vero e proprio modello di impresa sociale” attraverso il quale “dimostrare come si potesse generare bellezza anche in contesti di disagio e degrado”. Oggi “Made in carcere” dà lavoro a decine di detenute, impegnate nella creazione di accessori moda da tessuti di recupero e scarto. Il modello è ispirato all’economia circolare, “dove tutti gli attori sono protagonisti e vincono: da una parte – sottolinea – per l’impatto ambientale, attraverso il recupero di materiali altrimenti abbandonati e destinati ad aggiungersi ai rifiuti, a volte anche tossici”. Dall’altra – aggiunge – c’è “l’inclusione sociale con l’inserimento lavorativo di risorse in stato di detenzione attraverso un percorso di formazione e consapevolezza”. “Non operiamo in una logica di assistenzialismo, ma garantiamo un lavoro regolarmente retribuito”, precisa Delle Donne. “L’importanza di svolgere un lavoro giustamente retribuito e socialmente utile in carcere – prosegue – è legato alla drastica riduzione della recidiva (circa l’80% di chi vive un’esperienza lavorativa vera in carcere non torna più a delinquere, mentre l’80% delle persone che non lavorano in carcere ci tornano)”. Oltre alle donne, “Made in carcere” ha recentemente avviato un progetto che coinvolge diversi carceri minorili di Puglia e Basilicata. “Lanceremo a breve una produzione di biscotti artigianali vegani senza uova e latte, con ingredienti di primissima qualità”, annuncia Delle Donne. “Lavorare con i minori reclusi – conclude – sarà una grande sfida per aiutarli a vivere una seconda chance e un altro stile di vita. Per dare loro la giusta consapevolezza legata al recupero della propria vita”.

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