Sport e giovani: don Albertini (Csi), “accompagnarli e farli crescere avendo a cuore tutta la loro vita”

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Giovanna Pasqualin Traversa

In vista del prossimo Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (ottobre 2018), nel corso della loro ultima assemblea generale (22-25 maggio) i vescovi italiani hanno avviato una riflessione comune invitando al “tavolo di lavoro” diversi rappresentanti di chi opera nell’universo giovanile. Tra questi anche don Alessio Albertini, consulente ecclesiastico nazionale del Centro sportivo italiano (Csi), ente di ispirazione cristiana per la promozione dello sport di base che conta un milione e 200 mila iscritti, più della metà giovani.

Don Albertini, che cosa ha detto e che cosa ha “chiesto” ai vescovi?
Nessun ragazzo si accosta allo sport per essere educato, ma semplicemente per giocare e divertirsi. La nostra sfida è che all’interno di questa esperienza possa incontrare figure credibili e attrattive. E’ questo a fare la differenza perché l’attività sportiva, di per sé, non è automaticamente educativa: lo diventa nella misura in cui allenatori e dirigenti sanno ascoltare e “accompagnare” nella crescita umana e sportiva i bambini e i ragazzi che si affidano a loro.

La mia “richiesta” ai vescovi si potrebbe allora sintetizzare così: aiutateci a formare allenatori per i giovani sportivi;

figure che abbiano a cuore non solo gli aspetti tecnici e la prestazione sportiva ma la vita intera dei loro ragazzi. In questo modo il Csi potrebbe diventare davvero “missionario”.

Quali sono le qualità richieste a questo tipo di allenatore?
Al di là delle competenze tecnico-tattiche occorrono anzitutto capacità relazionali per gestire fragilità e narcisismi, per far comprendere che giocando si è parte di un contesto più ampio, per aiutare i giovanissimi a reagire alle difficoltà che spesso vengono utilizzate come alibi per i propri errori, perfiltrare il messaggio culturale della “vittoria a tutti i costi” che rischia di insinuarsi anche nei contesti parrocchiali e delle società sportive di base.Nei nostri ambienti un allenatore trascorre mediamente con i ragazzi dalle 250 alle 300 ore ogni stagione, è una figura di riferimento non indifferente.

Incontrando il Csi in occasione del suo 70° di fondazione, il 7 giugno 2014, Papa Francesco ha sottolineato il valore della testimonianza degli atleti, ma anche il valore dello sport amatoriale, dilettantistico, e lo ha ribadito inaugurando lo scorso ottobre in Vaticano la prima conferenza mondiale “Sport at the service of humanity” promossa dal Pontificio Consiglio della cultura. Un aspetto sul quale lei si sofferma spesso. Perché?
Giocare per puro divertimento può predisporre e aprire alla ricezione di valori alti, buoni. Per san Giovanni Bosco il divertimento era il cardine dell’impegno educativo: lui che si allenava a fare il giocoliere e il saltimbanco per divertire i suoi ragazzi, sosteneva: “Bisogna appassionarsi alle cose che piacciono ai ragazzi, per farli appassionare a quelle che non piacciono”.Cogliamo dunque l’opportunità del pallone per avvicinare i giovani, per far “passare” con il divertimento il senso della responsabilità e dell’impegno non solo in campo ma anche in famiglia, a scuola, nella vita.

A condizione che gli allenatori siano figure attraenti e credibili…
Sì. La capacità tecnica e sportiva non basta. C’è bisogno di formazione e di passione educativa: si diventa “missionari” anche attraverso il fascino e l’empatia di chi è contento di fare bene e con amore quello che sta facendo. Un ragazzo rimane contagiato da questo: è un seme che un giorno porterà frutto.

Quali sono i principali valori che lo sport “sano” può trasmettere?
Essenzialmente tre. Il senso di appartenenza e di legame, di impegno nei confronti della squadra, di lealtà e collaborazione con gli altri in una cultura individualista, liquida e frammentata come la nostra. Quindi la disciplina e lo spirito di sacrificio: nello sport occorre sottostare a delle regole e nella fatica dell’allenamento non esiste il “questo mi piace, questo no”: si fa tutto quello che chiede il coach per raggiungere l’obiettivo. Infine il contenimento delle emozioni: la gioia per la vittoria, che non deve portare a montarsi la testa, e il peso della sconfitta, che non va vissuta come un dramma, ma che “allena” ad affrontare e a reggere le difficoltà e le frustrazioni della vita. A questi ne aggiungerei un potenziale quarto.

Quale?
Se oltre a tessere relazioni educative,l’allenatore è con la sua vita anche un testimone di fede, non è detto che converta i suoi giocatori (non è suo compito) ma certamente susciterà la domanda: “Questo perché vive così? Chi glielo fa fare?”,aprendo in loro una breccia. In 20 anni di oratorio e cinque di Csi ho visto diversi allenatori diventare padrini alla Cresima dei propri ragazzi.

Domani il Csi lancerà a Palazzo Montecitorio “S Factor, più sport come fattore di sviluppo, coesione ed educazione”. Di che si tratta?
Dal punto di vista pastorale questo incontro, che non intende essere un’autocelebrazione, si colloca nella logica di “Chiesa in uscita”. Il Csi è presente su tutto il territorio nazionale a vari livelli. Stiamo davvero aiutando questo territorio a crescere? C’è percezione da parte di quest’ultimo che può contare su questa esperienza come fattore di sviluppo, coesione, educazione per creare futuri cittadini? Vogliamo chiederlo a chi è “esterno” a noi, che forse ci conosce poco o non ci conosce affatto.

Il Csi intende aprire con lo Stato italiano e con la Chiesa un confronto costruttivo sul valore umano e di promozione sociale dell’attività sportiva giovanile.

Per questo avremo due autorevoli interlocutori istituzionali: il ministro dello Sport Luca Lotti e mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole e vicepresidente della Cei. Un confronto per valutare l’impatto concreto del nostro impegno, trarre spunti e indicazioni per il futuro, irrobustire ulteriormente la nostra presenza sul territorio.

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