L’assegno di ricollocazione: cosa è e come funziona

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Stefano De Martis

Sono circa 25mila i disoccupati da almeno quattro mesi che nei prossimi giorni riceveranno (via posta e anche via sms o e-mail) le comunicazioni relative all’assegno di ricollocazione, uno strumento pensato per favorire la ricerca di un lavoro da parte di chi è rimasto senza un’occupazione. È soltanto l’avvio della fase sperimentale (secondo la Fondazione dei consulenti del lavoro la platea potenziale è di 1,1 milioni di persone), ma almeno il meccanismo si è messo finalmente in moto. L’assegno di collocazione, infatti, è la misura conseguente al Jobs act che ancora mancava all’appello, quella che appartiene all’ambito cosiddette “politiche attive del lavoro” che nel nostro Paese, purtroppo, sono state sempre largamente deficitarie. Dall’approvazione del decreto 150 che riordina i servizi per il lavoro e l’accordo tra ministero, regioni e Anpal (la neo-costituita Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) ci sono voluti oltre un anno e quattro mesi per arrivare all’accordo che il 7 febbraio scorso ha sbloccato la situazione. Un tempo enorme se si considera la drammaticità e l’urgenza del problema disoccupazione e tenuto anche conto che dall’inizio dell’anno non sono più disponibili due strumenti come la mobilità e la cassa integrazione in deroga che finora hanno contribuito a tamponare le situazioni più acute. L’Anpal conta di portare a regime il sistema dell’assegno di ricollocazione entro l’estate.

Ma vediamo in sintesi di che cosa si tratta. L’assegno è un contributo figurativo (nel senso che non vengono erogati materialmente soldi) che il disoccupato può spendere presso un centro per l’impiego o una delle agenzie private accreditate. In pratica è una sorta di “premio” che uno di questi enti, scelto dal disoccupato, incasserà soltanto a risultato raggiunto, cioè alla stipula di un contratto di lavoro. Gli importi sono variabili a seconda del tipo di contratto: da 1.000 a 5.000 euro per i rapporti a tempo indeterminato (compreso l’apprendistato); da 500 a 2.500 euro per i rapporti a termine di almeno 6 mesi e oltre; da 250 a 1.250 euro per i rapporti a termine da 3 a 6 mesi. Quest’ultima possibilità è prevista solo in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, regioni in cui il problema della disoccupazione è ancora più grave che altrove.

L’altro criterio che influisce sull’importo dell’assegno, oltre al tipo di contratto, è infatti il profilo di “occupabilità” del disoccupato, cioè la sua minore o maggiore distanza dal mercato del lavoro. Più difficile è la situazione di partenza, più alto sarà l’assegno e viceversa. Nel determinare il profilo concorrono sia le caratteristiche individuali (genere, età, titolo di studio, durata della disoccupazione ecc.) sia quelle relative al territorio in cui la persona risiede (tasso di disoccupazione, incidenza delle famiglie a bassa densità di lavoro, densità delle imprese, ecc.).
Presso il centro che avrà scelto secondo certi criteri, il disoccupato sarà seguito da un tutor che lo aiuterà a compilare il curriculum, ad aggiornare le sue competenze anche con corsi di formazione e a prepararsi ai colloqui con le imprese. Il sistema prevede delle sanzioni, fino alla perdita dell’assegno, per incentivare il suo impegno. L’ente prescelto percepirà una somma minima (fino a 106 euro) in rapporto alle azioni svolte anche in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo. Ma per evitare che giochi al ribasso, “parcheggiando” i disoccupati per i 6 mesi previsti dalla normativa così da lucrare comunque l’importo fisso, tale importo sarà erogato soltanto se la sede coinvolta nella ricerca di un lavoro raggiungerà un certa soglia di successi.

Il buon funzionamento del meccanismo, del resto, è fondato proprio sulla convenienza che tutti i soggetti coinvolti hanno nel trovare un lavoro per il disoccupato.

L’interesse di quest’ultimo è evidente, ma è evidente anche l’interesse economico dei soggetti (centri degli enti locali o privati) che in caso di esito positivo incasseranno l’assegno. C’è anche un interesse economico pubblico generale (al di là, ovviamente, del beneficio sociale complessivo) perché per ogni contratto stipulato si risparmieranno i costi dei trattamenti previsti per i disoccupati.
Insomma, almeno sulla carta l’assegno di ricollocazione sembra essere uno strumento importante e innovativo. Bisognerà verificare in concreto la sua attuazione e il modo in cui sarà coordinato con gli altri interventi di politica attiva del lavoro promossi dallo Stato e dalle Regioni, nonché con tutto quanto la società civile ha saputo mettere in campo in questo settore. Nessuno ha la bacchetta magica, ma il lavoro deve diventare finalmente “la” questione su cui concentrare il massimo degli sforzi del Paese.

 Per informazioni info@anpal.gov.it oppure il numero verde 800.000.039

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