Avamposti di misericordia tra i ghiacci della Siberia

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SiberiaDi Sarah Numico

È scesa più neve in Siberia in questi due mesi di quanta ne sia scesa in tutto lo scorso inverno. Ci sono -13° e oggi si è visto il sole a Novosibirsk, ma nei prossimi giorni la temperatura si prevede ritornerà a scendere intorno ai -30°, come già a novembre. Siamo nella capitale della Siberia occidentale, la terza città della Russia, 2 milioni di abitanti, a 3mila chilometri da Mosca. È la seconda diocesi per estensione al mondo, dopo la vicina diocesi di Irkutsk, che copre la Siberia orientale. “Per visitare alcune parrocchie il vescovo deve percorrere anche duemila chilometri” racconta al padre Gracjan Piotrowski, un francescano polacco da 18 anni in Siberia e da quattro direttore della Caritas diocesana. A dicembre si festeggiano i 25 anni di questa istituzione cattolica, arrivata qui con il vescovo Joseph Werth nel 1991 quando le frontiere si sono riaperte e sono state istituite le quattro amministrazioni apostoliche russe.

Compito di ciascuno. All’inizio si trattava di redistribuire gli aiuti umanitari che arrivavano dalla Germania. Ora si cerca di servire i bisogni di questa regione. “La Caritas qui fa un grande lavoro, ma i cattolici che vi lavorano sono pochi. La maggioranza sono ortodossi o anche non credenti o non praticanti”, racconta padre Piotrowski.Nell’anno della misericordia lo sforzo principale è stato di far “capire ai nostri parrocchiani che non è tanto la Chiesa come istituzione che deve aiutare, ma ognuno di noi deve sentire questo bisogno”.I fedeli “non si fanno domande su ciò che possono fare in prima persona, o su come le comunità parrocchiali possono essere attive e attente”. Aggiunge il religioso: “Spero che quest’anno abbia aiutato anche chi lavora per la Caritas a guardare in modo più spirituale a quello che facciamo”.

Bambini e genitori. A Novosibirsk la Caritas gestisce il centro infantile San Nicola che accoglie tutti i giorni una quarantina di bambini, figli di immigrati, per insegnare loro (e spesso anche ai loro genitori) la lingua e aiutarli nell’integrazione. “Arrivano dalle altre ex repubbliche sovietiche per cercare lavoro e non sempre sono accolti e apprezzati dalla società”, spiega padre Gracjan. Da un paio di anni sono state aperte la casa Santa Sofia, che ospita 20 madri sole con i loro 30 bambini, e la mensa San Nicola per i poveri della città.

“La crisi si è fatta sentire forte nella regione e ha chiamato la Caritas a ripensare in parte il proprio servizio”.

“Stavamo chiudendo un orfanotrofio perché le nuove politiche statali vogliono che i minori siano accolti nelle famiglie e non nelle strutture. E quindi ci siamo orientati ad accogliere le mamme: spesso sono ragazze che non hanno nessuno e nessuna preparazione alla vita. C’è bisogno di aiutarle non solo da un punto di vista materiale, ma anche dare appoggio psicologico, accompagnamento per imparare a gestire una casa, o aiutare su questioni burocratiche, come le richieste per l’appartamento sociale”.

Servizi in numerose città. La mensa invece nutre ogni giorno 70-75 poveri, “spesso si tratta di anziani, che ricevono pensioni irrisorie e stanno male perché soli”. Cinque giorni alla settimana trovano da mangiare e la possibilità di creare nuovi legami. Una piaga in Russia è costituita dall’Aids, “ma non ce la sentiamo ancora di aiutare questi malati perché bisogna avere preparazione, mezzi e personale adeguato. Noi siamo troppo piccoli per questo”.Funziona bene invece l’assistenza sanitaria con la “clinica di strada” per i senzatetto e le visite a domicilio nelle famiglie che hanno malati cronici o disabili.È un servizio diffuso in nove città della diocesi; negli anni ha assistito oltre 10mila malati. Disseminati nel territorio poi la Caritas ha sei centri di consulenza e accompagnamento per le famiglie, numerose mense, centri di distribuzione di abbigliamento e cibo, altre 8 case di accoglienza diurna per i bambini in situazioni difficili.

Sostegno degli enti locali. A sostenere economicamente tutto ciò è principalmente la Caritas Internazionale e varie organizzazioni tedesche, ma negli ultimi due anni sono cresciute le donazioni private sul territorio. Ci sono anche le amministrazioni locali che danno qualche contributo: “Ci chiedono aiuto, ad esempio con le mamme che accogliamo e che arrivano attraverso i servizi sociali, e a volte ci finanziano anche alcuni piccoli progetti perché sanno che facciamo cose belle e per bene”. Con la Chiesa ortodossa c’è spazio per il miglioramento: “L’incontro tra il Papa e il patriarca Kirill ha portato nella coscienza della gente che camminiamo insieme e non siamo nemici. Ma poi in Russia tutto dipende dalle persone concrete”, spiega padre Gracijan. A differenza di Mosca o San Pietroburgo,

“qui è come essere in provincia, mentre nelle grandi città c’è più apertura” e la possibilità di condividere progetti.

Resta il fatto che nemmeno qui la Caritas pone steccati confessionali: “Quando aiutiamo non domandiamo mai a che religione appartengono le persone, ma sappiamo che in quanto russi sono certamente ortodossi”. Del resto “in Russia i cattolici sono ufficialmente l’1% della popolazione, ma i praticanti sono lo 0,1%: siamo una comunità piccolissima in un mare di ortodossi”. Scriveva di recente il vescovo Werth: “Lavorare con gli ultimi non è solo un segnale di vita cristiana autentica, è un contributo alla pace sociale in una società multiculturale, all’accettazione delle altre culture e religioni, all’unità e alla riconciliazione”.

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