Lutero e la Lettera ai Romani

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imageFra due anni ricorrerà il quinto centenario della riforma protestante e già sin da ora si può osservare un rinnovato interesse verso Lutero e i temi della riforma protestante. Alla luce di ciò, anche sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica sarà possibile leggere un saggio, a firma di padre Giancarlo Pani, sulla centralità della lettera di San Paolo ai Romani nel pensiero di Lutero.

Lutero insegnava a leggere e a commentare la Bibbia nella università di Wittenberg, recentemente fondata dal Principe di Sassonia Federico il Saggio. Dopo essersi dedicato alla spiegazione dei Salmi, le sue lezioni si incentrarono sulla Lettera ai Romani. La sua non fu una lettura meramente esegetica, ma esistenziale, trovando nelle parole di Paolo una risposta alla propria inquietudine.

Lutero, studiando l’opera di Paolo e i relativi commenti di Sant’Agostino, si avvicina ai temi della giustificazione, della grazia e della fede che diventeranno centrali nella riforma protestante.

Scrive padre Pani: “Lutero vuole mettere in evidenza quale sia il peccato più grande nell’uomo. Esso non consiste solo nella ribellione alla legge di Dio e nell’attaccamento ai beni temporali, bensì nel credere di poter divenire irreprensibili con le proprie forze: non è raro vedere che i giudei e gli eretici rinunciano ai beni mondani, ma pochi sanno rinunciare alle virtù, ai beni spirituali, ai meriti, che costituiscono un impedimento molto più grande per accogliere la grazia di Cristo. Questa infatti si riceve solo nella fede e per la misericordia di Dio. La salvezza non viene dallo sforzo dell’uomo, come ritengono gli “iustitiarii”: un termine, questo, forse inventato, certo valorizzato in modo straordinario da Lutero, per indicare coloro che pretendono di poter essere giusti con il proprio impegno spirituale. La conclusione è lapidaria: La santità è dono della misericordia”.

È interessante notare come, per Lutero, la Lettera ai Romani sia stata una sorta di porta per la comprensione dell’intera Scrittura. Scrive infatti ancora il religioso: “Il primo pregio di Lutero è proprio quello di aver messo in luce, sia pure attraverso tortuosi itinerari, l’evangelo di Paolo, il più antico scrittore nel Nuovo Testamento e il primo interprete del messaggio cristiano. Per lui la Lettera apre all’intelligenza dell’intera Sacra Scrittura, la quale deve intendersi tutta di Cristo”.

Come è già stato detto, la riflessione di Lutero sui temi della giustificazione, della grazia e della fede, segue quella di Paolo e di Agostino eppure questa volta ci troviamo dinnanzi a qualcosa di diverso se non addirittura rivoluzionario. Infatti, come sappiamo, la teologia luterana segnerà in qualche modo la fine del Medioevo e darà inizio all’età moderna, scardinando le basi della civiltà. Scrive infatti padre Pani: “Se l’esegesi data da Lutero della giustificazione per la sola fede aveva antichissime radici nella storia del cristianesimo, l’effetto che essa ebbe nel Cinquecento fu dirompente. L’interpretazione, infatti, escludendo nel modo più assoluto qualsiasi merito da parte dell’uomo per la salvezza, metteva in discussione la pietà cristiana che era alla base della vita della Chiesa, dell’impegno dei laici e degli appartenenti agli Ordini religiosi, delle opere di carità e di assistenza”.

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