Bilancio di Art Bonus occasione mancata dai grandi mecenati

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artbonusDi Francesco Morrone

Negli ultimi 15 mesi in Italia sono arrivati 34 milioni di euro da 790 donatori per il patrimonio storico, artistico e culturale: enti, imprese e normali cittadini hanno permesso, con le loro donazioni, oltre 270 interventi sui monumenti delle nostre città. Sono i primi dati dell’Art Bonus, l’agevolazione fiscale del 65 per cento per le donazioni a sostegno della cultura voluta dal ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini. A poco più di un anno dall’entrata in vigore del decreto, è stato fatto un primo bilancio delle entrate e i dati, anche se ancora provvisori, autorizzano un certo ottimismo.

In prima fila i piccoli privati.
La legge prevede che sia i beneficiari sia i donatori si registrino sul sito dell’Arcus, la società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo nata nel 2004 con l’obiettivo di sostenere i progetti che riguardano il mondo della cultura. “Ad aver approfittato delle agevolazioni fiscali sono stati soprattutto i piccoli privati, che rappresentano il 70 per cento dei nostri donatori – afferma il direttore generale di Arcus, Ettore Pietrabissa – e considerando che il sito online è attivo ufficialmente soltanto da cinque mesi e che finora non c’è stata una vera e propria campagna promozionale di pubblicità, direi che i dati sono più che positivi”.

Mancano i grandi mecenati.
All’appello, come sottolineato dal ministro Franceschini, mancano però i grandi mecenati. A parte un solo caso, quello di Unicredit che ha donato 14 milioni (in tre anni) per l’Arena di Verona, non c’è stata molta partecipazione da parte delle grandi aziende italiane. “Grazie a questa massiccia agevolazione fiscale, le maggiori aziende del Paese adesso non hanno più alibi – commenta Pietrabissa – perché ci siamo finalmente allineati agli standard fiscali dei maggiori Paesi mondiali”. Sulla possibilità di estendere l’Art Bonus anche ai beni privati, il direttore generale di Arcus non ha dubbi: “Un allargamento delle agevolazioni anche ai beni della Chiesa o del no profit è certamente auspicabile – afferma Pietrabissa – perché ci sono patrimoni privati che hanno la stessa importanza, se non superiore, di quelli pubblici. Per fare un esempio: se il Fai (il Fondo Ambiente Italiano) prendesse sotto la sua gestione un bene pubblico mi sembrerebbe opportuno che gli fosse permesso di usufruire dell’Art Bonus”.

Spazio al no profit.
Negli ultimi tempi sono state tante le novità che hanno riguardato il versante dei beni culturali. Fra queste non bisogna dimenticare quella introdotta dal decreto ministeriale firmato poche settimane fa dal ministro Franceschini. Il decreto, in sostanza, prevede l’affidamento alle organizzazioni no profit di tutti quei beni immobili statali che sono chiusi al pubblico oppure non sono adeguatamente valorizzati. L’affidamento in concessione è riservato alle associazioni e fondazioni specializzate nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale e che abbiano gestito negli ultimi cinque anni almeno un immobile culturale pubblico o privato. Per il no profit italiano si apre un mercato che potenzialmente vale fino a 2 miliardi di euro e che regalerebbe nuova linfa al settore.

Il confronto è necessario.
“Si tratta certamente di un’ottima notizia dichiara il portavoce del Forum nazionale del terzo settore, Pietro Barbieri – perché chiama in causa tutta quella vasta fascia di terzo settore che ogni giorno lavora per valorizzare e tutelare il patrimonio artistico e culturale del nostro Paese e ne legittima finalmente le potenzialità”. Una novità importante, dunque, sia per il patrimonio artistico sia per il terzo settore. Ma il Forum mette in guardia dai pericoli che potrebbero derivare da uno scarso confronto con il mondo delle associazioni. “Apprezziamo moltissimo la scelta del ministro – aggiunge Barbieri – ma ci auguriamo che sia seguita da un confronto costante con gli organismi di rappresentanza del terzo settore e con tutti i soggetti che saranno chiamati a farsi carico di questo ricco ma complesso capitale storico. Una partita così importante per la gestione del nostro patrimonio non può essere gestita esclusivamente attraverso una procedura interna al Ministero dei Beni Culturali”.

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