Rapporto sulla salute OMS: europei più sani e longevi, ma forse non durerà

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europaSalutepdi Maurizio Calipari

Lascia contenti a metà la lettura dell’ultimo rapporto sullo stato di salute nei Paesi europei, pubblicato pochi giorni fa dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità (EuOms). Il rapporto, pubblicato ogni tre anni, scandisce il cammino di politica sanitaria europea adottata dai 53 Stati membri nel 2012, finalizzato al raggiungimento, entro il 2020, di obiettivi concordati comunitariamente. Dicevamo di un quadro sanitario europeo, contrassegnato da luci ed ombre.
Cominciamo dalle luci. Gli europei vivono più a lungo rispetto al passato e la loro aspettativa di vita è in costante aumento. Inoltre, la mortalità prematura (fra i 30 e i 70 anni) – le cui principali cause sono legate a malattie cardiovascolari, cancro, diabete mellito e patologie croniche dell’apparato respiratorio – è costantemente diminuita fra il 1998 e il 2012, con un tasso medio annuo dell’1,8%, e le previsioni dicono che, sia pure a un ritmo leggermente ridotto (1,5%), questo decremento continuerà fino al 2020.
Veniamo alle ombre: tabacco e alcool. Il rapporto osserva che, purtroppo, appare plausibile per le generazioni future un’inversione di tendenza, con un conseguente calo dell’aspettativa di vita. Anche a proposito del consumo di tabacco, i dati dell’EuOms offrono dati positivi e negativi. Esso, insieme all’alcool, rappresenta uno dei fattori con più forte incidenza negativa sullo stato di salute e sulla mortalità. Nella lotta contro questa dannosa abitudine, i maggiori successi si sono avuti in Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Russia e Ucraina. Successi riscontrati, negli stessi Paesi, anche per il contrasto al consumo di alcool. C’è dunque spazio per un sorriso di sollievo. Ma di breve durata: i numeri, impietosi, dicono che l’Europa è ancora la regione con i livelli di consumo di tabacco e alcool più alti al mondo. E se ciò non bastasse, la percentuale di persone obese risulta essere in continuo aumento.
Mortalità per “cause esterne”. Circa la mortalità per “cause esterne” (in primo luogo incidenti stradali e suicidi), le maggiori riduzioni sono state registrate in Estonia, Lettonia, Ucraina e Russia. Quest’ultima, in particolare, ha il merito di aver ridotto, negli ultimi 10 anni, i tassi di mortalità da incidenti stradali di oltre il 20%, grazie al miglioramento delle infrastrutture stradali e ad una più severa e diffusa attenzione a garantire il rispetto delle norme di circolazione. Un dato positivo, anche se va considerato che il Paese partiva da una situazione decisamente “disastrosa”.
Mortalità entro il primo anno di vita. Il rapporto EuOms mette poi evidenza come i 53 Paesi presi in considerazione mostrino condizioni sanitarie, economiche e sociali molto differenti tra loro. Per esempio, riguardo la mortalità entro il primo anno di vita, si registra una differenza di circa 20 decessi ogni 1000 nati vivi, fra i paesi con i tassi di mortalità neonatale più alti e quelli con i tassi più bassi. Ma questo dato si colloca all’interno di un miglioramento europeo complessivo della situazione. Da notare che l’Italia presenta un tasso tra i più bassi in assoluto, pari a 2,9 decessi per 1000 nati vivi.
Dislivelli nelle vaccinazioni. Un altro esempio di diversa qualità ed implementazione dei servizi sanitari nei vari Paesi europei, riguarda le vaccinazioni. Va premesso che in Europa, rispetto ad altre regioni mondiali, la copertura vaccinale è piuttosto alta (nel 2012, era pari al 95,4% per la poliomielite e al 94,6% per il morbillo) e risulta in crescita. Tuttavia, essa permane leggermente al di sotto della soglia minima (stimata al 96%) per garantire un effetto protettivo sull’intera comunità. Difatti, permangono delle aree con tassi di copertura vaccinale bassi, dove si perpetua la trasmissione endemica di alcune malattie infettive. Negli ultimi anni, ad esempio, si sono verificati diversi focolai di morbillo e rosolia e, quest’anno, sono stati segnalati quattro morti per morbillo e uno – il primo negli ultimi trent’anni – per difterite. Commentando questi dati, il rapporto nota come in questo ambito, i diversi livelli di copertura vaccinale non rappresentino soltanto il riflesso della forza economica e del livello di welfare dei vari Paesi; essi sono anche il risultato di una grave disinformazione, una carenza che “lascia il segno” anche nei Paesi più avanzati.
Il rischio povertà. A proposito di economia, poi, il rapporto evidenzia come le disuguaglianze tra i singoli Stati siano ancora maggiori. Si pensi che solo in 12 Paesi su 53, i singoli cittadini si fanno carico di meno del 15% della spesa sanitaria totale. Nei restanti 41 Paesi, dunque, moltissime persone rischiano di essere ridotte in stato di povertà, o di non potersi curare adeguatamente, se contraggono una malattia che comporta costi elevati.
Gli anni liberi da malattia. Infine, gli estensori del rapporto EuOms evidenziano alcune lacune nei parametri utilizzati per raccogliere i dati. Ad esempio, in molti Paesi, non è stato preso in considerazione il “Daly” (disability-adjusted life-years), un indice che esprime il numero di anni di vita liberi da malattia, e che, nel corso degli ultimi decenni, ha acquistato importanza crescente. Sempre più, infatti, gli esperti sottolineano come un allungamento della speranza di vita, segnato però da un alto numero di anni gravati da pesanti disabilità, rappresenterebbe un successo solo apparente per la medicina. Una carenza analoga riguarda il “benessere generale” della popolazione, la cui percezione, fortemente influenzata dal contesto culturale, richiede di essere valutata con indici che tengano conto delle diverse sensibilità di ogni popolazione ai vari fattori. Per questo il rapporto sollecita gli Stati ad attrezzarsi per rilevare anche questo tipo di dati.

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