Per gli afghani a Gorizia asilo assicurato

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profughiDi Marco Ungaro

La posizione geografica di “ponte” fra l’Europa settentrionale e occidentale e l’area balcanica, ha sempre fatto di Gorizia un punto naturale di passaggio nelle migrazioni dei popoli. Agli inizi di questo nuovo millennio, transitarono in queste zone in più di 14mila persone provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa: nell’ultimo anno quel flusso ha ripreso a ingrossarsi. Il dato nuovo, però, è il mutare della tipologia di tale presenza e, quindi, anche la reazione nella popolazione.
Dalla scorsa estate sono giunte nell’Isontino un migliaio di persone (il 95% maschi afghani, il resto pakistani e alcuni, isolati, somali) per ottenere (o rinnovare) lo status di rifugiato: proprio a Gorizia, infatti, opera una Commissione territoriale con competenza, sino poche settimane fa, su tutto il Triveneto (ora Veneto e Trentino Alto Adige dipendono da una nuova Commissione istituita a Verona, con sottocommissione a Padova).
Attualmente 150 richiedenti asilo sono ospitati in una struttura messa a disposizione da un Ordine religioso a Gorizia (gestita da una cooperativa convenzionata con la Prefettura) e altri 40 vivono, sempre in convenzione, in un albergo. Di quelli “fuori convenzione”, la Caritas si fa carico direttamente di una quarantina nel dormitorio “Faidutti” mentre una trentina è accolta dal C.a.r.a (centro accoglienza richiedenti asilo) di Gradisca, cittadina a una quindicina di chilometri dal capoluogo provinciale. Un ulteriore centinaio, per il quale non era stato possibile trovare un tetto, è stato trasferito in strutture della Lombardia e dell’Abruzzo: si tratta, però, di una “soluzione” temporanea perché ogni giorno si contano nuovi arrivi.
La novità è rappresentata dal fatto che la maggior parte di questi richiedenti non arriva a Gorizia direttamente dai Paesi d’origine ma proviene da un altro degli Stati dell’Unione europea (soprattutto l’Inghilterra) dove magari risiede da tempo e dove, in molti casi, ha già ricevuto un diniego all’asilo.
La Commissione di Gorizia concede lo status ad oltre il 90% degli afghani: in breve tempo l’entità di tale percentuale è divenuta motivo di richiamo da tutta Europa visto che, in assenza di uniformità di legislazione all’interno dell’Ue, la domanda viene presentata dove si ritiene sia più facile ottenere l’esito positivo. Qualcosa di analogo avviene per i somali, mentre diverso è il discorso per i pakistani: essendo il loro un Paese democratico, devono dimostrare di essere originari delle zone dove forte è l’influenza talebana.
Dalla presentazione della domanda alla decisione della Commissione trascorrono dai sei mesi all’anno e, in questo tempo, i richiedenti asilo non possono allontanarsi dal territorio soggetto alla Commissione. Una volta ottenuto l’agognato “sì” – che permette di non essere considerati clandestini e la libera circolazione in tutti i Paesi Ue – ritornano nei luoghi da cui erano giunti.
Nel frattempo, però impossibilitati per legge a lavorare, passano le giornate in attesa “passiva” del giorno del colloquio. In una realtà dalle dimensioni ridotte come quella di Gorizia (poco più di 30mila abitanti), la loro presenza non passa inosservata: ciò avviene anche perché lo stereotipo assimilato dell’immigrato (in condizioni disagiate visibili, con al seguito magari una famiglia numerosa e quindi capace di far scattare l’immediata disponibilità all’aiuto) è stato sostituito da una nuova figura di giovane, fornito magari di cellulare dell’ultima generazione con cui comunicare col resto del mondo e spesso dotato di una propria disponibilità economica che gli permette di fare autonomamente acquisti nei negozi cittadini.
La paura dello sconosciuto, alimentata dalle notizie provenienti dal Medio Oriente piuttosto che dal Nord Africa e ingigantita dagli estremismi politici, ha portato ad una diffidenza e una chiusura in tante parti della popolazione in misura ben maggiore che in passato.
Certamente non è mancata, ancora una volta, la disponibilità di singoli e associazioni ma il dato nuovo è un certo irrigidimento anche in molti fra coloro che sino l’altro ieri erano stati portatori di apertura e accoglienza. Quanto lo Stato spende al giorno per i richiedenti asilo viene letto (alla luce di ancora troppo diffusi luoghi comuni e in tempi di difficoltà economica) come una somma che potrebbe essere dirottata verso altre necessità. La testimonianza palese di come la solidarietà sia stata una delle vittime della crisi ma anche di come troppi facciano finta di dimenticare che l’accoglienza del rifugiato non è un “optional” per lo Stato italiano ma un preciso dovere dettato dalla Costituzione e della Convenzioni internazionali.
Da parte sua la Chiesa diocesana ha ribadito che quella che stiamo vivendo non è una contingenza passeggera ma un cambiamento epocale di cui nessuno può prevedere la durata e le conseguenze sui nostri territori. La strada è quella indicata da papa Francesco a Lampedusa: “Chiedo a tutti gli uomini e le donne d’Europa di aprire le porte del cuore!”. Una via forse non sempre semplice ma certamente l’unica percorribile.

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