I cristiani nel mondo secondo Leone XIII (quarta parte). Di Nicola Rosetti

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imageIl pontificato di Leone XIII si colloca in un momento di grandi trasformazioni culturali e sociali. Quando egli sale al Soglio di Pietro, non sono neppure passati 100 anni dalla Rivoluzione Francese. Inoltre egli è il primo Pontefice a governare la Chiesa senza essere sovrano dello Stato Pontificio. È dunque normale che alle sue aperture, delle quali abbiamo parlato, si affianchino visioni più tradizionali. Egli ha in mente la grande civiltà cristiana sviluppatasi durante il Medio Evo, una civiltà fiorita anche grazie alla stretta collaborazione fra politica e religione.

Scrive infatti Papa Pecci: “Dalla religione, con la quale si onora Dio, dipendono le condizioni della società; tra l’una e l’altra intercorrono, per molti versi, un’affinità e una parentela. Per questo è necessario che tra le due potestà esista una certa coordinazione, la quale viene giustamente paragonata a quella che collega l’anima e il corpo nell’uomo”.

Questa “aetas christiana” viene così descritta da Leone XIII: “Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi”.

Vorremmo commentare queste parole di Leone XIII accostandole a quelle di un testo del magistero più recente. Se leggiamo la Lumen Gentium al numero 31 si dice che i laici devono “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” e che “sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo”. Comparando questi due testi, sembra che quello che i sacri pastori hanno auspicato durante il Concilio Vaticano II, sia già accaduto nel Medio Evo, almeno in quello rappresentato da Leone XIII.

Per Papa Pecci questi sono gli effetti dell’impatto che il Vangelo ha avuto col vecchio continente: “Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine”.

Alla luce di tutto ciò, il Pontefice non poteva che esclamare: “Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina” .

Ciò che si va dicendo, dunque, che la Chiesa sia ostile alle più recenti costituzioni civili, e che rifiuti tutti indistintamente i ritrovati della scienza contemporanea, non è che una vana e meschina calunnia.

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