Ogni occasione è buona per polemizzare contro l’insegnamento della religione cattolica

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imageIl 12 dicembre su ilfattoquotidiano.it è uscito un articolo dal titolo “Salerno, ora di religione ‘contesa’: guerra tra la scuola e la famiglia di uno studente“. Il pezzo tratta della battaglia legale fra una scuola e la famiglia di un alunno che, non avvalendosi dell’insegnamento della religione cattolica, non si è vista garantire lo svolgimento dell’attività alternativa, come previsto dalla legge. Nell’articolo sembra però che a finire sotto il mirino sia proprio l’insegnamento della Religione cattolica e pertanto riteniamo utile qualche chiarimento.

L’articolo inizia con queste parole: “Si potrebbe definire una guerra di religione quella in corso a Salerno tra la famiglia di uno studente e l’istituto comprensivo Calcedonia della città. Al centro dello scontro, che finirà in tribunale, l’ora di insegnamento della religione cattolica”.

In realtà al centro dello scontro, non c’è l’insegnamento della religione cattolica, ma la mancata attivazione dell’attività alternativa, come affermato dal legale della famiglia secondo il quale “non sarebbe stata assicurata l’attività alternativa prevista dalla Legge per chi non si avvale dell’ora di religione”.

Da parte sua, la preside dell’istituto, secondo la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it , ha dichiarato: “…posso assicurare che quel bambino non hai mai fatto l’ora di insegnamento di religione cattolica. Ho agli atti le dichiarazioni dei docenti, compresa quella della maestra di religione che conferma di non aver mai visto il bambino in classe. A questo punto l’avvocato può dire quel che vuole ma io posso dimostrare il contrario”.

E ancora: “In questo istituto quando all’atto di iscrizione i genitori esercitano il diritto di non fare religione organizziamo l’attività alternativa con la famiglia. Quel bambino non è l’unico; abbiamo ragazzini musulmani e di altre religioni: ci comportiamo con tutti allo stesso modo”.

Da quanto riportato, non è del tutto chiaro come la vicenda si sia effettivamente svolta: se davvero è stata organizzata l’attività alternativa, perché la famiglia dell’alunno in questione si è rivolta a un legale? E perché chiedere all’insegnante di religione se il bambino sia mai stato in classe durante l’insegnamento della religione cattolica? Non sarebbe bastato rivolgersi all’insegnante che ha svolto l’attività alternativa?

Ad ogni modo, una cosa risulta chiara e cioè che è del tutto fuorviante parlare di “ora di religione contesa” o di “guerra di religione”, ingenerando l’idea che sia colpa dell’insegnamento della religione cattolica se a un alunno non è stato garantito un diritto, che invece dovrebbe essere garantito dall’istituzione scolastica.

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