San Francesco poeta assoluto

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San FrancescoDi Marco Testi

“Il saluto di Dio sulla terra”. Solo uno scrittore poteva trovare un’espressione così illuminante, capace di concentrare nel breve spazio di quattro parole tutto il più profondo senso dell’esistenza di Francesco d’Assisi. Il fatto che queste parole siano state scritte da Hermann Hesse la dice lunga sulla persistenza del fascino francescano in pieno Novecento. Nel suo secondo viaggio in Italia, quello del 1903, il futuro autore di Siddharta (che sarà pubblicato nel 1922) si ferma ad Assisi. A ventisei anni, il figlio di un missionario pietista scopre qualcosa di imprevisto, che gli cambierà il modo di vedere il mondo e che lo spinge a scrivere un libro su san Francesco, nel quale fa notare che alcuni grandi non sono stati tali per le belle parole, ma, come il Poverello, “soltanto per la loro natura pura e nobile” e che essi sono divenuti per l’umanità “benevole guide al peregrinare degli uomini nelle tenebre”. 
Il fatto che uno scrittore protestante, che sarebbe diventato uno dei maestri delle generazioni a venire, abbia dedicato un libro ad un faro della cattolicità, fa pensare. Ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto: Francesco ha affascinato campioni di anticlericalismo e scrittori atei: nella poesia pascoliana è facile rintracciare suggestioni provenienti dal santo di Assisi e perfino il massone Carducci deve chinare il capo di fronte al richiamo sovrumano del santo, scrivendo una poesia carica di religiosità profonda come “Santa Maria degli Angeli”. 
È questo il grande paradosso, che ancora una volta dà ragione al passo evangelico di Marco 12,1-12, in cui si parla della pietra scartata che diviene testata d’angolo. Francesco scelse il silenzio e la zona d’ombra nella quale dimenticare e far dimenticare il vecchio sé. Quell’ombra gli servì però a fondare anche un nuovo modo di fare letteratura, che, ci si passi il gioco di parole, era radicalmente anti-letterario. 
Il lettore avrà compreso che stiamo parlando del “Cantico di frate sole” (è questo il titolo più antico), in cui viene celebrata la comunione con tutto il Creato, grazie al quale nasce una nuova poetica, non basata sulla bellezza esteriore, ma sulla radicale corrispondenza tra dentro e fuori. 
La bellezza non era più una realtà aggiunta, una veste, ma l’armonia racchiusa nell’essenza della vita. Lo stupore primigenio di fronte alla perfezione del creato era l’unico modo per dirla.  
Molto è stato detto e scritto sul Cantico, e non sempre correttamente. Sappiamo che probabilmente è stato composto a San Damiano, in tre diversi periodi della vita di Francesco, contrassegnati dalla sofferenza fisica, dalla gioia per la pace raggiunta tra podestà e vescovo di Assisi e dall’appressarsi della fine. Rimane un’opera di poesia assoluta che ha influenzato molti artisti e scrittori nel corso dei secoli, realizzata da un uomo che, pur in possesso di una cultura media per il suo tempo, aveva rinunciato a tutto ciò che apparteneva a quella società e a quel modo di intendere la cultura. 
Questo vuol dire che una delle opere più autenticamente contestative della cultura d’occidente è diventata oggetto di studi approfonditi proprio da parte della classe dei colti. Come si spiega questa contraddizione? 
Semplicemente con il fatto che Francesco non era contro la cultura, ma contro la verbosità, la leziosaggine, il vuoto delle parole fini a se stesse. Francesco dimostrava che la poesia vera è quella che nasce fuori dai condizionamenti e dalle mode. 
Una delle testate d’angolo della cultura occidentale proveniva dalla più lontana periferia (come non pensare alla Betlemme dell’impero romano?) d’Europa, non perché Assisi fosse così fuori dalle grandi rotte, ma in quanto il Cantico era maturato con l’addio al vecchio sé e agli antichi affetti, con il porsi di Francesco ai margini della società.
Non sarebbe possibile pensare alla rivoluzione pittorica di Giotto senza Francesco l’assisiate. Dostoevskij, Chesterton, Hesse, perfino il D’Annunzio del periodo della “bontà”, Bernanos, Claudel e molti altri sono stati colpiti dalla figura del santo. I grandi colti hanno subito il fascino della rinuncia a una buona parte di quella loro stessa cultura. 
È il miracolo della semplicità che abbatte ogni frontiera e apre ogni cuore.

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