Le soglie di povertà da cui ripartire per aiutare gli italiani

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povertapdi Luigi Crimella

Gli ottimisti contano sulle robuste iniezioni di denaro fresco da parte della Banca centrale europea (Bce) guidata da Mario Draghi, almeno 300 miliardi di euro che starebbero per arrivare alle banche del continente, perché le stesse li girino all’economia “reale”, cioè alle imprese, artigiani, commercianti, agricoltori, operatori turistici, ai giovani delle “start-up”. I pessimisti, invece, temono il “giorno del giudizio”, quando il Patto di stabilità europeo ci chiederà di tagliare drasticamente la spesa pubblica e di ridurre il debito e il governo Renzi sarà costretto – si dice in autunno – a una nuova e pesantissima “manovra”, se non ad imporre una patrimoniale. Tra questi due estremi, gli ottimisti che contano sulla ripresa (che però non si vede all’orizzonte) e i pessimisti che invece prevedono scenari stile Grecia o Argentina, con la gente che rovista nei cassonetti dell’immondizia in cerca di cibo, ecco che in mezzo ci sono i poveri. Quelli veri, quelli che dal 2008 ad oggi non arrivano (o ci arrivano molto male) a fine mese, che hanno guadagni ridotti e spesso insufficienti per una vita dignitosa, che rinunciano alle cure del dentista o a una visita specialistica. La fotografia di questa Italia che arranca, che soffre, che spesso e volentieri non “vediamo” perché i poveri non girano con il cartello sulla fronte, ce l’ha fornita lunedì 14 luglio l’Istat, Istituto centrale di statistica, col rapporto sulla povertà in Italia. Il quadro che esce è sconfortante. Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è risultato in condizione di “povertà relativa” (un totale di 3,3 milioni di famiglie e 10,048 milioni di persone) e il 7,9% in “povertà assoluta” (2,3 milioni di famiglie corrispondenti a 6,02 milioni di persone). Notare che rispetto agli abitanti quest’ultima cifra significa che sono “poveri assoluti” il 9,9% degli italiani.

 I concetti di povertà “relativa” ed “assoluta”. Prima di analizzare i dati Istat, cerchiamo di capire i concetti. “Povertà relativa” è considerata quella di due persone che, insieme, hanno una capacità di spesa inferiore alla spesa media mensile per persona nel nostro paese. Tale soglia nel 2013 è risultata di 972,52 euro. Quindi, se due anziani coniugi avessero una sommatoria di pensioni di 950 euro, sarebbero in tale fascia di povertà relativa. Invece per “povertà assoluta” l’Istat intende la capacità di spesa di una famiglia che risulta più bassa della spesa mensile minima necessaria per acquistare un paniere di beni e servizi “essenziali”. In questo senso la povertà “assoluta” non è rigidamente quantificabile come quella “relativa”, perché deve tenere conto sia dell’area geografica e del costo della vita relativo (che tra nord centro e sud Italia è molto diverso), sia del numero dei componenti della famiglia, dell’età degli stessi e della condizione lavorativa. Risulta così che la povertà assoluta aumenta soprattutto nel Mezzogiorno, tra le famiglie con tre o più figli, in quelle in cui c’è una o più persone senza lavoro o con titolo di studio medio-basso. Dei 6 milioni di poveri assoluti, 3,7 milioni risiedono nel sud Italia dove del resto aumenta anche la povertà relativa che tocca il 23,5% del totale, cioè una enormità. Non se la passano bene nemmeno il nord e il centro del paese, con percentuali in crescita dovute alla crisi, alle ristrutturazioni e chiusure aziendali.
Dati geografici e malessere sociale crescente. L’Istat ha voluto fornire, nel suo rapporto sulla povertà assoluta, una interessante tabella, piuttosto complessa a dire il vero, da cui si possono dedurre vari parametri. Ad esempio se volessimo sapere quale è la soglia per una famiglia con un solo componente le risposte sarebbero le seguenti: è “povero assoluto” quell’uomo o donna (18-59 anni) che in un piccolo comune del nord guadagna meno di 736 euro, nel centro 708 e al sud 546. Un bimbo 4-10 anni con madre 18-59 anni che vive a Milano è povero assoluto se dispone di meno di 1089 euro, ma in una grande città del centro gli bastano 1049 euro e in una del sud 824 euro. Prendiamo una famiglia tipo di due bimbi e due genitori: in una città media del nord il limite è 1564 euro, nel centro 1482 e nel sud 1226 euro. Altro esempio: famiglia con tre figli e due adulti: in un piccolo centro del nord il limite è 1748, nel centro 1638 e nel sud 1385 euro. Come si noterà, c’è una differenza stabile tra aree metropolitane, città medie e piccoli centri, che oscilla sui 100 euro al nord, sui 120 nel centro e sugli 80 euro al sud. Ma la differenza di reddito minimo spendibile ha dei balzi fino a 300 e più euro al mese tra uno stesso tipo di famiglia in area metropolitana del nord e piccolo comune del sud: così i due genitori con due figli a Milano necessitano di 1631 euro al mese mentre nel piccolo comune calabrese ne “bastano” 1172 (460 euro di differenza). Sappiamo che le statistiche sono sì precise, ma hanno scarti di calcolo attorno al 2-3%. E sappiamo anche che nei piccoli comuni spesso c’è una maggiore economia informale fatta di orticelli, giardini, piccoli lavori svolti in economia che aumentano di fatto il potere di spesa reale delle persone. Però queste cifre ci dicono, in conclusione, che i circa 10 milioni di poveri “relativi” e i 6 di poveri “assoluti” sono un richiamo a tutti, a partire dal mondo politico, perché si compiano scelte decisive. Una di queste è stata suggerita al mondo politico dalla Caritas Italiana pochi giorni fa: si tratta del “reddito di inclusione sociale”, in pratica la differenza tra il proprio reddito basso e la soglia di povertà che dovrebbe essere integrata da parte dello Stato. Per avere almeno il minimo con cui vivere. Il minimo.

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