Seicento giorni? Giustizia decadente

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giustiziaDi Francesco Bonini

Siamo abituati a considerarlo sotto il profilo politico. Perché in Italia tutto finisce in politica, in quella snervante contrapposizione che – da Tangentopoli in poi – ci ha logorato per decenni, intorno alle vicende giudiziarie di questo o quel personaggio, Berlusconi ovviamente in particolare.
Invece il problema della giustizia, l’emergenza giustizia è una grande e decisiva priorità nazionale. È di questi giorni l’ennesimo campanello d’allarme per il vistoso peggioramento dei dati sull’efficienza della giustizia civile. Ci vogliono seicento giorni in media per definire in primo grado le cause civili e commerciali, con evidenti ricadute sull’attrattività e sulla competitività del nostro sistema-Paese.
Ma è solo una faccia di una medaglia che di facce, ovvero di aspetti critici, ne ha ormai troppe, se – è notizia di questi stessi giorni – non si estradano in Italia criminali matricolati perché le nostre carceri, sempre per giudizio internazionale, non rispettano standard di minima “umanità”.
In realtà l’emergenza giustizia è proprio una parabola dell’estrema difficoltà e, nello stesso tempo, dell’urgenza di mettere mano a un processo riformatore, che deve scontare l’effetto blocco da parte d’interessi intrecciati e agglutinati.
Da un lato, infatti, ci si si rivolge alla magistratura ormai per tutto: gli appalti li decidono non le amministrazioni interessate, ma i Tribunali. Così il processo decisionale è bloccato e viziato. Nell’inefficienza, proliferano legami e azioni trasversali, cosicché ogni corporazione operante nel pianeta giustizia finisce coll’imporre una sorta di balzello, formale o informale.
Il bello è che progetti realistici di riforma, a partire proprio dall’organizzazione e, dunque, dal rendimento della giustizia civile, sono pronti. Quello che manca è la “volontà politica” e certamente il macro-problema dei rapporti politica-giustizia, da un ventennio all’ordine del giorno, può diventare un gigantesco alibi a mantenere lo statu quo, e dunque le rendite e i rapporti di potere che l’inefficienza genera.
È il circolo vizioso per cui, in questo, come in tanti altri campi, si pensi all’istruzione, l’Italia sta scalando a ritroso le classifiche mondiali. L’inefficienza provoca molti svantaggi a tanti, ma molti vantaggi a pochi, che per di più, spesso, hanno anche potere decisionale nel settore specifico.
È un gioco a somma negativa. È lo schema della decadenza.
Ma l’Italia è anche il Paese delle sorprese. Su questo sta scommettendo il nuovo governo e, in particolare, il suo presidente, Matteo Renzi, che la giustizia ha messo tra le priorità. Essendo ben consapevole che tutto si gioca in pochi mesi – elezioni europee comprese – ha scommesso sulla velocità. L’incistamento degli interessi, per l’inefficienza degli apparati, può essere superato solo accelerando.
Perché il trend della decadenza si autoalimenta, nell’interesse di pochi, accentuando nei più, nemmeno oramai la protesta, ma, peggio, un senso deprimente d’impotenza.

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