I Mundial di calcio macchiati di rosso sangue

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Di Leo Gabbi
Stragi. Parola forte, ma non sapremmo onestamente come definire altrimenti quello che sta avvenendo nei cantieri di Brasile e Qatar che verranno sorgere gli stadi per i futuri Mondiali di calcio, uno tra pochi mesi, un altro, già abbondantemente sbandierato ma che si disputerà solo tra 8 anni. Il Brasile a giugno avrà su di sé l’attenzione del mondo: il ritorno della rassegna iridata nella sua terra elettiva, dove il futebol resta allegria, ha creato un’attesa enorme. Peccato che le opere che accompagnano questa festa siano in ritardo cronico e che il tributo di vite umane cresca quasi ogni settimana. Nel solo stadio Manaus sono morti recentemente tre operai. L’ultimo di loro: si è ferito gravemente alla testa: soccorso con venti minuti di ritardo, alla fine non c’è stato più niente da fare per lui. Ennesimo lutto che verrà presto dimenticato, sacrificato sull’altare del Mundial alle porte e della grancassa mediatica che parlerà di Manaus solo in riferimento alla gara inaugurale della nostra Nazionale, che esordirà nel torneo proprio in questo stadio il 14 giugno, affrontando l’Inghilterra.
Ad oggi si contano 6 vittime tra gli operai delle ditte che stanno lavorando alla preparazione del Mundial. Secondo denunce della stampa estera, le aziende che conducono i lavori per la costruzione dello stadio di Manaus starebbero utilizzando manovalanza estera, in maggioranza haitiana, composta da operai sottopagati e costretti a lavorare in turni eccessivi, per assicurare che tutto sia pronto per le date previste di inizio manifestazione. Gli altri due operai erano morti a Manaus nello stesso incidente. Una caduta dalle impalcature durante la costruzione della copertura. Una tragedia avvenuta anche in precedenza, con la morte di tre operai sotto il crollo della copertura dello stadio Itaquerao.
Questi lutti, uniti al disagio sociale, stanno provocando una serie di disordini che ebbero inizio in occasione della Confederation Cup, con tensioni fortissime e un gigantismo propagandista da parte del governo carioca che stride con le condizioni di una popolazione in buona parte sotto la soglia di povertà.
Ancora peggiore il discorso legato al Mondiale arabo che verrà, dove i mastodontici lavori legati alle infrastrutture sono iniziati praticamente in un bagno di sangue: secondo un rapporto del giornale inglese “Observer”, infatti, si conterebbero già 400 operai nepalesi morti. E l’accusa sarebbe confermata da alcune fonti ufficiali a Doha. È proprio dal Nepal, infatti, che proviene il 20% della manodopera, ma anche da India, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka. In tanti sono partiti per il Qatar da questi Paesi dove la miseria non li ha mai abbandonati, per tentare di dare una speranza alle proprie famiglie, con il miraggio di un nuovo eldorado del calcio, che oltre a stadi faraonici portasse un po’ di benessere anche a chi contribuiva alla loro edificazione. Invece hanno trovato la morte, con incidenti e infortuni che non dovrebbero più avvenire in un Paese civile, passati sotto silenzio da una macchina tritatutto, che deve solo costruire di notte e di giorno e presentare il risultato finale. Non importa a che prezzo: non conta se tante vite umane saranno state sacrificate.
Intanto il principe Carlo volerà a breve in Qatar, mentre il deputato laburista Jim Murphy è intervenuto sul “Guardian” per ricordare che nei cantieri di Londra 2012 non sia morto alcun lavoratore, condannando la tragedia che si sta verificando nel paese arabo. Secondo stime dell’International Trade Union Confederation, il rischio è addirittura che le vittime possano salire a quota 4mila entro l’inizio della Coppa del Mondo. Se queste cifre mostruose verranno confermate, resta da capire che fine ha fatto la Fifa, il massimo organismo internazionale calcistico, che pure sta adottando misure meritorie nei confronti di altri crimini, come il razzismo o gli scandali legati alle scommesse. Ma qui sono in gioco vite: ogni gradone di uno stadio risulterà alla fine intriso di sangue innocente.
Il presidente Blatter, dovrebbe avere il coraggio di infischiarsene dei petrodollari che faranno ricco il Mondiale arabo, aprendo seriamente un’inchiesta e rifiutandosi, se le voci troveranno conferma, di far disputare un Mondiale in simili condizioni. Altrimenti, è bene dirlo chiaro, il calcio rischia di diventare complice di una carneficina silenziosa e per questo ancora più subdola.

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