Censura preventiva in Uzbekistan sui testi religiosi

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religioneUmberto Siro
È entrato in vigore, in Uzbekistan, il decreto che impone la censura preventiva sulla produzione, la distribuzione e l’importazione di pubblicazioni di natura religiosa, che non sarà neanche possibile distribuire, se non nei punti vendita approvati dalle autorità e registrati. Anche l’importazione di materiale ad uso personale deve passare al vaglio ed essere approvato dallo Stato. Fra i testi che vengono banditi, anche quelli che parlano di proselitismo o “incoraggiano” le persone a convertirsi ad altra fede, assieme a quanti “distorcono” i canoni religiosi. Asia News ha riferito che secondo una fonte locale esperta di diritto le norme contengono “contraddizioni e ambiguità”, assegna “maggiori poteri al Comitato per gli affari religiosi, per limitare in modo forte l’uso o la distribuzione di letteratura religiosa” e concede alle autorità il potere di “immischiarsi nelle vicende interne di comunità religiose riconosciute in via ufficiale” dallo Stato. Nel Paese, esisteva già una legge che considerava “illegale” la detenzione di letteratura religiosa se questa fosse “collegata all’estremismo e incitasse all’odio”, ma le autorità giudiziarie spesso disponevano di distruggere il materiale confiscato nelle abitazioni dopo il “parere positivo” di alcuni “esperti del settore”.
Migliaia di credenti in carcere. In un rapporto dell’anno scorso, Human Rights Watch – oltre a definire “spaventosa” la situazione dei diritti umani nel Paese, a causa dell’uso della tortura e delle severe restrizioni applicate agli attivisti, ai membri dell’opposizione al Governo, ai giornalisti, ai leader religiosi e ai credenti – denunciò che anche nelle carceri è vietato detenere libri religiosi. Si stima che negli ultimi dieci anni il Governo ha arrestato e imprigionato, con pene previste fino a vent’anni, migliaia di credenti che rifiutano il controllo dello Stato sulla pratica religiosa.
“Porte aperte” colloca l’Uzbekistan al 15° posto nella WWList del 2014. La persecuzione dei cristiani – le cui cause sono individuate nella politica totalitarista, nella corruzione organizzata e nell’estremismo islamico – potrebbe aggravarsi nel futuro per due motivi: il rientro, nella regione Fergana, degli estremisti islamici ora presenti in Afghanistan; la possibile scarcerazione, nel processo di transizione del potere, dei prigionieri politici detenuti in carcere perché ritenuti estremisti o perché praticanti una forma deviata dell’Islam. Sono alcune migliaia. Secondo “Porte Aperte”, potrebbero essere alla ricerca di capri espiatori per le loro vendette o potrebbero voler vivere fino in fondo il loro pensiero estremista.
Le pressioni che subiscono i cristiani. In Uzbekistan, le chiese devono essere registrate, ma le autorità non hanno concesso alcuna autorizzazione fin dal 1999, mentre molte chiese hanno perso la loro autorizzazione e alcune persino i loro edifici. La vita dei credenti uzbeki è sottoposta a enormi pressioni, nell’ambito privato come nella sfera familiare e in quella comunitaria. Le riunioni con altri credenti, i culti in lingua uzbeka o gli incontri in cui si cantano inni, sono proibiti e provocano una reazione violenta non solo da parte delle autorità, ma anche dalle “Mahalla”, i comitati di controllo organizzati di quartiere.

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