I sardi fuggono dalle urne

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votazioniDi Marco Piras

I segnali non sono mancati. In tanti Comuni della Sardegna nelle scorse settimane gli elettori avevano manifestato la volontà di non votare, restituendo in alcuni casi le tessere elettorali. È il caso di Uras, uno dei paesi più colpiti dall’alluvione dello scorso novembre, dove 1 cittadino su 3 ha disertato le urne in segno di protesta contro il silenzio delle istituzioni davanti alle richieste di aiuto delle famiglie colpite dalla furia del fango. A Teulada, paese nel cuore del Sulcis, solo 1 elettore su 5 ha inserito nell’urna la scheda per eleggere il nuovo Consiglio regionale.
I numeri dei votanti in Sardegna parlano chiaro: appena il 52,23% degli aventi diritto (1.480.409 elettori, di cui 725.331 uomini e 755.078 donne, distribuiti in 1.836 sezioni) si è recato ai seggi, contro il 67,57% delle analoghe consultazioni del 2009. In sintesi, domenica 16 febbraio la metà dei sardi ha scelto di non esprimere il proprio voto.
L’arcivescovo di Oristano, Ignazio Sanna, attraverso le colonne del settimanale diocesano “L’Arborense”, aveva auspicato che i cittadini sentissero il dovere di esercitare il diritto di contribuire a scegliere democraticamente gli amministratori della cosa pubblica. Purtroppo il suo appello non è stato raccolto da tutti gli elettori. “L’alto astensionismo – dice oggi monsignor Sanna – deve far riflettere. La disaffezione dei cittadini nei confronti della classe politica è molto forte e non accenna a diminuire, perché non si vede in questa né capacità di ascolto, né prospettiva di miglioramento. Se manca l’esemplarità dall’alto, cessa la pazienza e aumenta l’indignazione. Si spera in una svolta, anche se nel vocabolario politico dei candidati erano assenti la famiglia e la persona”.
Per don Giulio Madeddu, responsabile dell’Ufficio per la pastorale sociale e il lavoro della Conferenza episcopale sarda (Ces), la bassa affluenza al voto è il segno inequivocabile di una precisa collocazione antipolitica. “Si tratta – spiega al Sir – di una presa di distanza da un sistema politico e amministrativo che, al di là degli schieramenti che si alternano, non si mostra capace di rispondere efficacemente ai problemi del popolo sardo. Nel ‘non voto’ molti cittadini hanno ritenuto di far sentire ancor di più la loro voce, la voce di chi vive, ormai, uno scoraggiamento profondo e non intravede vie d’uscita dalla crisi sempre crescente”. Chi governerà la Sardegna, spiega don Madeddu, “dovrà partire proprio dai ‘non elettori’. Perché questi, di fatto, sono la maggioranza. Una maggioranza che urla attraverso il suo silenzio elettorale”.
Proprio l’Ufficio per i problemi sociali e del lavoro della Ces, subito dopo le elezioni regionali del 2004, aveva inviato una lettera ai nuovi governanti. “Si ha la sensazione – affermava il documento – che la gente si senta sempre meno rappresentata e sempre meno ascoltata da coloro che hanno una responsabilità politica. Vorremmo vedere la classe politica regionale più impegnata ad ascoltare, a dare risposte concrete, a svolgere un servizio segnato dall’imparzialità”.
Sono passati dieci anni e, nonostante questo, l’esigenza dei sardi è sempre la stessa: avere una classe politica onesta e preparata, capace di servire e non di servirsi degli elettori per interessi personali e di partito.

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