Sempre più numerosi gli italiani in “fuga” dalla disoccupazione

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

giovaniDi Delfina Licata

Decidere di emigrare non deve essere un allarme sociale, ma una valida opportunità di crescita data soprattutto ai più giovani o, comunque, a quelle persone che vogliono mettere alla prova se stessi. È quanto emerge dal “Rapporto italiani nel mondo 2013” della Fondazione Migrantes, il sussidio socio-pastorale che annualmente fotografa la situazione dell’emigrazione italiana.
Il confronto, con realtà europee o oltreoceano, per motivi di studio, lavoro o specializzazione è per le persone coinvolte, ma anche per i Paesi in cui ciò avviene, una possibilità di arricchire ed essere arricchiti dalla diversa provenienza culturale e dalla differente formazione. La messa in comune di competenze e conoscenze nell’ambito di una rotazione di figure più o meno specializzate potrebbe – se largamente condivisa – essere la condizione attualmente più favorevole alla globalizzazione.
È tuttavia fondamentale che la partenza sia una scelta e non un obbligo, ma purtroppo in questo momento in Italia così non è. Con una disoccupazione generale – stando agli ultimi dati Istat di gennaio 2014 – al 12,7% e giovanile, in particolare, al 41,6%, molti italiani da tempo hanno preso la strada dell’estero e non c’è giorno in cui i media non danno notizie su questo. “Fuga” è la parola più usata e diventa importante, da un lato, il superamento di questo momento di forte recessione economica e, dall’altro, la messa in atto di politiche di agevolazione e tutela del lavoro sia a livello nazionale sia internazionale, intervenendo anche su modalità contrattuali che prevedano e tutelino lo spostamento e la bi-nazionalità, la variabilità continua dello “spazio” e del “tempo” di lavoro, nonché l’uso, durante l’attività, di strumenti in mobilità. L’Italia, da questo punto di vista, ha ancora molta strada da fare e pare, al contrario, che i passi si stiano compiendo verso l’indietro.
Sempre più difficile diventa, infatti, conoscere le cifre di queste partenze – ufficialmente, ma la cifra è sottostimata non comprendendo chi non si iscrive all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, all’inizio del 2013 quasi 79mila italiani sono espatriati di cui più del 30% tra i 20 e i 40 anni – perché sempre più spesso chi parte non dà notizie di sé e finisce con l’essere precario anche in emigrazione poiché, al contrario dei suoi connazionali dei secoli precedenti, l’italiano che parte oggi non si reca definitivamente in un posto, ma compie un percorso migratorio discontinuo, cambiando più volte Paese o attività lavorativa o vivendo tra più Paesi. Su questo particolare attenzione meritano le famiglie italiane in mobilità o “globali” che per questioni lavorative, con o senza figli, vivono tra due o più nazioni convivendo con lontananza e mancanza di prossimità fisica. Occorre pensare a pratici sostegni per queste situazioni che spesso portano a caos emotivi e ad affetti precari. Non da ultimi un pensiero va anche ai migranti sconfitti dall’emigrazione che continuano nel loro turnover geografico o rientrano in Italia. Nelle parrocchie italiane questo fenomeno inizia a essere particolarmente visibile e lo è anche all’estero, dove il sacerdote continua ancora a fungere da “soggetto del conforto” di giovani e meno giovani in preda a depressione e forti crisi d’identità. Di questo sono testimoni i 615 operatori specificatamente in servizio per gli italiani – sacerdoti, religiosi e laici – presenti in 375 Missioni cattoliche di lingua italiana distribuite in 41 nazioni nei 5 continenti.
Con oltre 4,3 milioni di soli residenti all’estero l’Italia vede oggi un trend di partenze che la riporta indietro nel tempo, a flussi in uscita, cioè, sempre più consistenti e di difficile analisi; a partenze che caratterizzano maggiormente le regioni del Nord Italia (Lombardia e Veneto in primis); a nuove rotte migratorie (l’Oriente e l’Asia in generale, ma anche l’America latina e il Brasile) e a protagonisti molto differenti tra loro. Occorre oggi considerare l’intera tipologia di migranti italiani perché parlare di “cervelli” solo nel caso dei laureati, dei dottori di ricerca o degli specializzati che vanno via dall’Italia non è eticamente corretto. Il migrante è prima di ogni cosa persona – non un numero o un “tema” politico-economico da trattare – e va rispettato nella sua interezza e dignità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *