Santo Padre Le confesso le mie paure

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Di Alessandro Ribeca

Ho provato un po’ di paura. È vero, ho cercato di non trasmetterla a chi mi chiedesse un parere sulla Sua decisione di rinunciare al ministero pietrino, però è andata umanamente così: ho avuto paura e mi sono fatto le stesse domande degli altri, le stesse domande di un fedele e le stesse di un ateo.
Ho messo in dubbio il Suo coraggio, ho messo in dubbio la Sua fedeltà, la Sua testimonianza. E per questa paura e per questi dubbi Le chiedo perdono, Santo Padre. Sono rimasto disorientato a tal punto che il primo istinto è stato cercare qualcuno a cui dirlo, quasi per scaricare il peso su altri. Ho bisogno di un uomo da guardare e seguire, ora lo comprendo. Nonostante la paura scopro maestosamente la bellezza della fragilità umana.
Lei e il Suo predecessore Giovanni Paolo II mi avete mostrato per vie diverse quanto Dio abbia bisogno della nostra umanità per rivelare il Suo amore. ‹‹Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza›› si rivolgeva Dio a S. Paolo (2 Cor 12,9). Solo attraverso questa umanità riesco ad aprire il cuore al Mistero. Scorgo l’umanità non solo dentro la Sua sofferenza fisica, ma soprattutto nella Sua sofferenza spirituale che avrà sicuramente segnato il cammino di discernimento che l’ha portata a tale decisione. Una decisione fuori dalle logiche dei nostri tempi che diventa ancora più evidente se la si confronta con la crisi di valori che sta vivendo il nostro Paese.
Io che ho meditato le Sue encicliche, che sono rimasto affascinato dai Suoi discorsi e dai suoi libri, che sono venuto a Loreto nel 2007 all’Agorà dei giovani per lasciarmi illuminare dalle Sue parole, che ho scoperto, grazie alla Sua testimonianza, quanto sia impregnata di realtà la fede che ci ha trasmesso in questi anni, non sono riuscito a comprendere fino in fondo il Suo gesto. Mi sono sentito anche un po’ tradito, si può dire? Eppure la perdita di equilibrio iniziale dovuta a uno sguardo smarrito, incapace di trovare un nuovo punto di riferimento, è stata superata dall’esperienza personale di una speranza che non è umana, ma divina. Questa sì che è divina! È stata superata dalla consapevolezza che a salvarci è la “porta della fede” che conduce a Cristo. È stata superata dall’esperienza continua di un Dio che non mi ha mai lasciato senza figure capaci di testimoniarmi un modo diverso di guardare la realtà e un modo diverso di vivere. Ogni volta che mi sono sentito smarrito ho provato paura, proprio come in questi giorni, ma il tempo mi ha rivelato come in ogni situazione giudicata inaccettabile e incomprensibile si celasse sempre l’amore di Dio per me. Un mio amico, lontano dalla Chiesa, mi ha fatto mille obiezioni sulla Sua decisione.
Gli ho risposto che comprendevo le sue posizioni perché vede il mondo senza gli occhi della fede, ma lui, invece, non può comprendere me e tanto meno Lei, Santo Padre. In realtà, anche io come il mio amico non sono capace di leggere fino in fondo la storia e soprattutto un evento così sconcertante, ma ho una certezza perché me l’ha trasmessa Lei: ‹‹Il futuro è di Dio.››

Concludo Santo Padre questa lettera immaginaria che mi sono permesso di scriverLe in quanto, oggi più che mai, la sento così umano e così vicino a me, per dirLe semplicemente che la Sua scelta ha una rilevanza storica e universale immensa, sulla quale non mi addentro perché sono un semplice cattolico che vive la propria fede in famiglia, nella parrocchia, nel quartiere e non capisco molto di queste grandi questioni, ma la Sua scelta, altrettanto immensamente, ha a che fare con me, con la mia vita e la mia fede. Così, continuando a meditare cosa dice prima di tutto il Suo gesto a me, desidero ringraziarLa per la Sua testimonianza di umiltà e di fede che mi ha donato.

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