La concretezza del credere

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di Giovanna Pasqualin Traversa

MILANO – “È l’Anno della fede. Non è nostro compito elaborare linee pastorali e pedagogiche. A noi spetta chiarire i termini del problema, offrendo chiavi interpretative” attraverso “la specificità della riflessione filosofica sul religioso”. Questo, per Giuseppe Colombo, docente di filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’obiettivo del convegno “Religione e fede nell’età post-secolare. Progetto filosofia ed esperienza religiosa”, conclusosi la sera del 22 novembre a Milano per iniziativa del Dipartimento di filosofia, delle Facoltà di scienze della formazione e di lettere e filosofia dell’Ateneo, in collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. Un appuntamento che, ha spiegato Colombo, “è la logica conseguenza dei primi due”: “Filosofia e mistica” (2010) ed “Esperienza religiosa” (2011).

Quale Italia? Due sociologi hanno anzitutto presentato la “concretezza” del religioso nel nostro Paese. Di “curioso paradosso” ha parlatoFranco Garelli (Università di Torino), secondo il quale la religione “gioca ancor oggi un ruolo di grande rilievo nelle dinamiche sociali e pubbliche”, in particolare per la vivacità dell’associazionismo cattolico e per gli interventi della Chiesa nel dibattito pubblico su famiglia, vita, bioetica, questione educativa, immigrazione. Malgrado ciò, si osserva “un indebolimento dei riferimenti religiosi presso ampie quote di popolazione”, e questo nonostante “la grande maggioranza degli italiani continui a identificarsi nel cattolicesimo”. Secondo il sociologo, questa debolezza “è riconducibile al diffondersi di un cattolicesimo di tipo più etnico-culturale che religioso o spirituale”. “Il forte impegno sociale della Chiesa italiana – ha concluso – può raccogliere il consenso di molti, ma rischia di far passare in secondo piano la sua missione spirituale”. Nel quadro europeo, sulla base di un indice di secolarizzazione che valuta la pratica religiosa, la credenza e l’importanza data alla religione nella propria vita, “gli italiani sono significativamente al di sotto del livello medio generale di secolarizzazione, posizionandosi al 39° posto nella graduatoria dei 48 Paesi considerati”, ha reso noto Clemente Lanzetti (Università Cattolica). I più secolarizzati sono: Germania dell’est, Repubblica Ceca, Svezia, Estonia e Francia. I meno toccati da questo processo sono, nell’ordine, Malta, Cipro, Turchia, Georgia, Kosovo e Polonia.

Fede nel post-secolarismo. “Con il venir meno del marxismo come ultima forma del razionalismo moderno, il post-moderno viene a coincidere con la società post-secolare”, ha detto Massimo Borghesi (Università di Perugia). Dal punto di vista della fede “ciò costituisce un’opportunità” poiché “in linea teorica non viene esclusa la sua condizione di possibilità”. Il passaggio “dal possibile all’attuale non dipende però dalle congiunture storiche”, ma dalla “presenza o meno di testimoni. La categoria di testimonianza, richiesta dalla natura storica della fede, lega l’accadere del cristianesimo alla dimensione dell’Evento e non già alla produzione strutturale di condizioni necessarie”. Oggi, secondo Giorgio Palumbo (Università di Palermo), la “sfida post-secolare alla fede” è “l’etica della finitezza” che “vorrebbe tenere a battesimo un uomo senza ‘pretese d’infinito’” e “oscilla tra la dismisura di un ‘senza perché’ originario che c’inchioda all’insensato funzionalismo cosmico, e una dismisura di creatività, di produzione del senso che noi umani dovremmo esercitare”. Due i rischi da evitare: la “figura-idolo del Dio come potere assicurante” e l’inganno di autosufficienza. Tra le novità antropologico-culturali del nostro tempo, ha rilevato Romano Madera (Università Milano – Bicocca), il rovesciamento del “rapporto fra legge e desiderio. Il desiderio che si fa legge perde il limite che gli dà senso e produce una condizione di disorientamento nella quale le appartenenze tradizionali s’indeboliscono e diventano oggetti di scelte continuamente precarie e revocabili. Il senso non più dato è minacciato e, nello stesso tempo, consegnato al dramma della libertà individuale”.

Donna e fede. Su questo rapporto si è soffermata Paola Ricci Sindoni (Università di Messina). Nonostante lo “straripamento dell’affettività, entro cui non pochi vedono affacciarsi massicciamente il mondo femminile”, e che si può leggere come “cifra essenziale della post-modernità”, ha osservato, è “il polo oggettivo-dialettico, piuttosto che quello soggettivo-emozionale, ad attrarre maggiormente la riflessione del pensiero femminile, più rivolto a ripensare la fede come tensione alla cattolicità, a un’universalità concreta che garantisca sia il pieno assenso del soggetto al piano di Dio, sia il suo radicamento dentro una comunità storico-pneumatica”. Tre le figure richiamate da Ricci al riguardo: Adrienne von Speyr, teologa e mistica svizzera; Magdeleine Hutin, fondatrice delle Piccole Sorelle di Charles de Foucauld; Flannery O’Connor, scrittrice statunitense, “acuta e graffiante nel proporre la dimensione oggettiva della fede come opera di Dio”.

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