L’infinito nel XXXIII del meeting di CL

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DI Marco Testi Dal Sir

RIMINI – L’infinito è il let-motiv della XXXIII edizione del Meeting di Rimini di quest’anno. “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito” è infatti il titolo che informerà incontri, tavole rotonde, mostre e eventi di questi sette giorni. Troppo facile riandare al titolo leopardiano, “L’infinito” (1819), appunto, che rappresenta il culmine della poetica giovanile del recanatese, ed infatti Emilia Guarnieri, presidente del Meeting per l’amicizia fra i popoli evoca, in un’intervista recentemente concessa a Sir, un altro poeta, citando un verso dagli “Ossi di seppia” (1925) di Eugenio Montale tratto dalla lirica “Maestrale” che è bene riportare, per completezza, in quella parte di strofa in cui è compreso: “sotto l’azzurro fitto/ del cielo qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:/ ‘più in là’”.

Il passo riportato aiuta meglio a capire che cosa intenda Montale per “più in là”: una inesausta ricerca di “oltre” che il poeta non riesce a ricondurre esclusivamente all’ansia di Dio: la ricerca è per Montale tensione verso altro, lasciando aperto in quella parola “altro” il discorso. È per questo che la citazione del verso montaliano è stata appropriata, perché la sua scelta indica la volontà di accomunare nel discorso tutti, cristiani, musulmani, buddisti, non credenti e coloro che come Montale sono alla ricerca del famoso “anello che non tiene” e che cercano di svelare il mistero dei “silenzi in cui si vede/ in ogni ombra umana che si allontana/ qualche disturbata Divinità”.

L’aver messo in epigrafe al tema del meeting il verso di un non credente che cerca però un Segno permette infatti di allargare il dialogo e di parlare a cuore aperto, perché la ricerca, qualsiasi essa sia, non finisce mai. Quelle parole indicano che la ricerca è intrinseca all’uomo, e che esso è l’unico essere che anela a qualcosa di più che non la mera sussistenza materiale. L’infinito è infatti questo, spostamento in avanti del desiderio e del cammino, in una domanda di senso che non ha mai termine, perché come scrisse Carlo Michelstaedter, geniale pensatore goriziano tragicamente scomparso nel 1911, “il porto è la furia del mare”. Montale quindi come cifra di un discorso che chiama tutti, credenti e non, alla testimonianza e all’incontro, un po’ come il giovane Leopardi (aveva 21 anni) che davanti all’allora boscoso e per lui misterioso monte Tabor cedeva alla magia dell’infinito, e si augurava, come un mistico, di perdersi in esso, rinunciando ad ogni distinzione e ad ogni riferimento individuale. Anche qui non abbiamo pronunciazioni religiose in senso stretto, ma un’ansia – che tutti possono condividere – di ergersi oltre ogni barriera e meschinità, per volare avanti.

Ma se approfondiamo il discorso, questa sete di oltre è presente in quasi tutti i grandi. Si pensi un attimo a Dante, che termina ogni cantica della sua Commedia con la parola “stelle”, che per un uomo del medioevo era la concretizzazione dell’infinità creata da Dio, una infinità a cui, tra l’altro, egli “sacrifica” il suo amore terreno per consegnarlo all’eternità del Paradiso. E come dimenticare quel “Movesi il vecchierel canuto et biancho” del Canzoniere petrarchesco che segna il momento del riconoscimento della propria debolezza? Il non più giovane poeta infatti si compiange, preso com’è dalla ricerca, che lui stesso sente ridicola a quell’età, della bellezza della donna amata, mentre invece molti suoi coetanei sfidano i pericoli e le malattie per andare a vedere una sacra icona in san Pietro nella quale si riteneva dipinta la vera immagine di Cristo. Qui l’ansia di infinito, di cui parla ancora Petrarca nella “Ascesa al monte Ventoso”, invidiando il fratello che ha saputo scegliere la ricerca pura e senza compromessi del sacerdozio, è simbolizzata dal rifiuto della comodità – e dell’amore terreno – per la ricerca dell’assoluto divino. Ma anche nella poesia moderna si legge questa ricerca di infinito: si prenda Clemente Rebora (1885-1957), considerato uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, che cercava costantemente una ragione nelle cose del mondo senza mai trovarla, fino all’incontro con la Parola, la conversione e la scelta del monachesimo. Un altro grande in quegli anni cercò l’assoluto con una ansia spasmodica che lo portò poi alla follia: Dino Campana (1885-1932). Nel suo capolavoro, i “Canti orfici” (1914), è evidente una assoluta ricerca d’infinito che lo trascinava in interminabili vagabondaggi a piedi, alla francescana Verna, ad esempio, dove egli sentì che “verso l’infinito/ (quieto è lo spirto) vanno muti carmi/ a la notte”. Comunque si veda la questione, l’infinito e l’assoluto sono i protagonisti assoluti della letteratura, e non solo in occidente.

Il sito: www.meetingrimini.org

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