SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Qualche lacrima di commozione, molte risate e tante emozioni durante la proiezione; poi sorrisi, abbracci e ripetuti applausi di gradimento al termine del film; infine una chiacchierata, a tratti intima e a tratti divertente, tra il pubblico e gli attori protagonisti: sono questi gli ingredienti del grande successo ottenuto dalla prima sambenedettese del film “Quello che resta di noi”, proiettato ieri, Lunedì 2 Novembre 2026, alle ore 21:00, presso il Cineteatro Concordia.

Un cast di esordienti per una storia che parla ai giovani

 

Diretto dai registi Emilio Mercanti e Simone Riccioni, presenti alla serata, e finanziato dalla Banca di Ripatransone e del Fermano, rappresentata in teatro dalla presidente Donatella Simonetti, il film “Quello che resta di noi” ha ricevuto in Riviera riscontri molto positivi, sia in termini di pubblico che di critica. Presenti, oltre a Cinzia Campanelli, assessora con delega alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e alle Manifestazioni Culturali, anche molti esponenti delle agenzie educative del territorio: famiglie, scuole, parrocchie, associazioni. Erano infatti presenti genitori e figli, docenti e studenti, educatori e ragazzi, anche sacerdoti.

E non è un caso! In film, infatti, parla di identità, fragilità, amicizia, libertà, seconde possibilità e relazioni umane. Un’opera che pone allo spettatore una domanda tanto semplice quanto decisiva: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi per adeguarci alle aspettative del mondo? Attraverso il linguaggio del mistero, dell’avventura e della commedia, “Quello che resta di noi” invita a riflettere sul valore dell’autenticità, sulla necessità di accettare le proprie ferite e sull’importanza dei legami umani, gli unici capaci di trasformare l’esistenza. Non solo, dunque, una mistery-comedy in cui i protagonisti si lanciano alla ricerca di un tesoro nascosto, ma soprattutto il percorso di alcuni giovani che, costretti a fare i conti con le proprie paure, scoprono che la vera ricchezza è imparare ad accogliere sé stessi e gli altri.

Il lungometraggio, prodotto da Linfa Crowd 2.0, affronta come tema principale la ricerca della propria identità attraverso l’incontro con l’altro. Un’opera che parte con un’impronta da autentica ghost story, ma mantiene, per tutta la sua durata, un’atmosfera generale leggera e divertente. Rivolto principalmente alle famiglie e ai giovani, il film è interpretato da Francesco Pannofino, Simone Riccioni e da altri sei giovani attori: Riccardo Andreucci, per la prima volta in un ruolo da protagonista, Linda Campana, Giovanni Lambertucci, Anita Lanciotti, Lorenzo Miccini e Letizia Trivelli.

Come già avvenuto per altre produzioni di Riccioni, le Marche non fanno semplicemente da sfondo alle vicende narrate, ma diventano parte integrante del racconto. Il lungometraggio rappresenta, quindi, anche un’importante vetrina per il territorio marchigiano, in particolare per le città d Corridonia e Ripatransone, in cui sono state girate numerose scene, contribuendo così a valorizzare un patrimonio paesaggistico e culturale di grande valore.

Il coraggio di mostrarsi per ciò che si è davvero: la trama

Il film racconta la storia di sette ragazzi, che, spinti da motivazioni diverse, si avventurano all’interno di un antico maniero un tempo appartenuto ad una contessa. Quello che inizialmente sembra essere un semplice gioco si trasforma ben presto in un’esperienza inquietante, in cui paura, mistero e realtà si intrecciano. Tra corridoi immersi nell’oscurità, stanze abbandonate, ritratti secolari e presenze sinistre, il confine tra realtà e finzione si fa sempre più labile, mentre quello che sembrava un viaggio alla scoperta dell’ignoto svela progressivamente una dimensione inaspettata. Nulla, infatti, è come appare e i protagonisti si trovano ben presto costretti a confrontarsi non soltanto con i misteri della villa, ma soprattutto con i propri limiti, le proprie fragilità e le proprie paure.

Il film procede così su due livelli. Da una parte mantiene viva la suspense tipica del racconto avventuroso; dall’altra accompagna lo spettatore in una riflessione esistenziale sull’accettazione di sé. Il confine tra realtà e rappresentazione si assottiglia progressivamente fino a condurre i protagonisti verso una scoperta inattesa: il tesoro che cercano non è materiale, bensì umano. È il coraggio di mostrarsi per ciò che si è davvero, senza maschere e senza compromessi.

Ciò che colpisce maggiormente è la capacità degli autori di dare voce a giovani spesso invisibili o relegati ai margini. I personaggi sono portatori di fragilità differenti: paure, insicurezze, malattie, desideri inconfessati, solitudine, bisogno di amore e di riconoscimento. Tuttavia nessuno di loro viene definito dal proprio limite. Al contrario, proprio attraverso la vulnerabilità, ciascuno scopre la possibilità dell’incontro e della crescita. Il risultato è un racconto che tiene col fiato sospeso, che fa riflettere nel profondo e che parla soprattutto alle nuove generazioni, ma che riesce a coinvolgere spettatori di ogni età.

La straordinaria capacità di coinvolgere i giovani: la soddisfazione della presidente Simonetti

 

Molto soddisfatta la presidente Donatella Simonetti, la quale, insieme ad altri componenti del Consiglio di Amministrazione della Banca di Ripatransone e del Fermano, ha assistito alla prima sambenedettese del film. L’ultracentenario istituto di credito cooperativo da molti anni sostiene iniziative culturali ed artistiche, dimostrando particolare attenzione verso tematiche sociali quali l’inclusione, la dignità della persona e il rispetto dell’ambiente. Un sostegno che conferma ancora una volta la volontà dell’istituto di promuovere progetti capaci di coniugare arte, educazione e riflessione sociale.

Queste le sue parole:  “Per il secondo anno consecutivo, la Banca di Ripatransone e del Fermano ha scelto di sostenere un film di Simone Riccioni. Una decisione che nasce innanzitutto dalla sua straordinaria capacità di coinvolgere le nuove generazioni, che rappresentano da sempre una priorità nelle nostre scelte e nei nostri investimenti culturali. Inoltre, l’opera affronta tematiche di grande attualità e rilevanza sociale, stimolando una riflessione profonda sul presente. Infine, il film rende omaggio al nostro territorio, valorizzandone la bellezza, la ricchezza paesaggistica e l’autenticità di un patrimonio umano e culturale unico e variegato”.

Un film che mette in luce i talenti del territorio: le parole dei registi Riccioni e Mercanti

Al termine della proiezione, i due registi, che sono anche sceneggiatori del film, insieme a Valentina Capecci ed Anastasia Del Monte, hanno dialogato con il pubblico, raccontando come siano riusciti a costruire un’opera che unisce intrattenimento e riflessione e a portare alla ribalta una storia capace di parlare di crescita, comunità e autenticità.

Simone Riccioni, che nel film è anche interprete di Brando, ha dichiarato:

“Per me è motivo di grande soddisfazione ed autentico orgoglio vedere che tanti giovani che negli anni passati sedevano nelle sale cinematografiche per assistere alle proiezioni dei miei film, abbiano poi scelto di intraprendere il percorso artistico della recitazione, trasformando quella passione in una professione ed affermandosi oggi come attori qualificati.

Desidero esprimere un sincero ringraziamento alla Banca di Ripatransone e del Fermano, il cui sostegno ha reso possibile la realizzazione di un’opera cinematografica che valorizza e mette in luce i talenti del nostro territorio.

‘Quello che resta di noi’ è un film che affronta temi universali e profondamente umani: la libertà, le scelte, la fragilità, le seconde opportunità e il valore dell’amicizia. È un racconto pensato per tutti, capace di parlare alle famiglie e alle diverse generazioni. Abbiamo voluto dedicarlo a Carlo Acutis perché condividiamo profondamente il suo messaggio: ogni persona nasce unica, irripetibile, portatrice di un dono originale.

Da quando ho fondato la mia società di produzione, ho cercato di riservare sempre maggiore attenzione a quelle realtà che raramente conquistano i riflettori. Anche i protagonisti di questo film appartengono a questo mondo silenzioso e discreto. Sono persone che non fanno clamore, ma che custodiscono una straordinaria ricchezza umana. E, a mio avviso, è proprio questo il “rumore” più bello che si possa ascoltare. Per questo dovremmo imparare a concedere maggiore spazio, nei mezzi di comunicazione e nei programmi televisivi, a storie come queste, capaci di raccontare la bellezza, la sensibilità e il valore di una generazione troppo spesso descritta esclusivamente attraverso le sue criticità.

L’ispirazione per molti dei personaggi che ho portato sullo schermo è nata dall’osservazione della vita quotidiana. Ricordo, in particolare, un’esperienza vissuta in una sala d’attesa: da quegli incontri e da quei volti ho tratto spunti preziosi che si sono poi trasformati in figure cinematografiche.

Anche nelle mie scelte professionali la fede rappresenta una guida fondamentale. Mi aiuta a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, a lasciare andare ciò che passa e a custodire ciò che conta davvero. In fondo, è proprio questo il messaggio più profondo che il film desidera consegnare al pubblico: riscoprire l’essenziale e riconoscere il valore autentico delle persone e delle relazioni umane“.

Anche Emilio Mercanti ha posto l’attenzione sull’opportunità più unica che rara ricevuta da lui e dagli altri giovani che hanno contribuito alla realizzazione del film, un fatto non scontato nel panorama cinematografico italiano:

“Oltre alla Banca del Piceno e del Fermano, desidero ringraziare Anna Laura Pesallaccia e Simone Riccioni, ovvero coloro che hanno prodotto il film, che hanno creduto in noi e ci hanno offerto la possibilità di esprimerci attraverso un’opera di questo valore. Nulla di tutto ciò era scontato, soprattutto considerando che questo progetto ha riunito il cast artistico e tecnico più giovane mai coinvolto in una produzione cinematografica italiana. Sapere che esistono persone ed istituzioni capaci di accordare fiducia ai giovani non soltanto a parole, ma attraverso scelte concrete ed investimenti reali, rappresenta qualcosa di raro e prezioso. È un segnale di speranza che ci incoraggia a continuare a credere nei nostri sogni e nelle nostre capacità”.

Guardare in profondità, oltre il limite: le dichiarazioni dei protagonisti

 

La presentazione del film al Cinema Concordia di San Benedetto del Tronto è stata caratterizzata da una partecipazione numerosa e calorosa del pubblico, che ha accolto con entusiasmo attori e registi, confermando l’interesse suscitato dall’opera fin dalle prime anteprime. Particolarmente apprezzata è stata la prova interpretativa del cast, formato in larga parte da giovani attori emergenti, capaci di offrire interpretazioni autentiche e convincenti.

Tra gli attori emergenti, Riccardo Andreucci, di Ancona, che nel film interpreta il protagonista Neno, ha raccontato:

“Per dare forma a Neno ho dovuto compiere un viaggio dentro una sensibilità diversa dalla mia, cercando di avvicinarmi con rispetto ed autenticità al suo mondo interiore. Le domande sono state molte, così come il desiderio di scoprirne ogni dettaglio, fino a costruire una storia, una voce e una verità capaci di rappresentarlo pienamente. Neno, a mio avviso, accetta quella sfida, che è anche un monito, affidatoci da Calvino: saper riconoscere, in mezzo all’inferno quotidiano, ciò che inferno non è e preservarne il valore. È una tensione profonda verso la luce, anche quando tutto sembra oscurità. Avergli prestato il volto e l’anima è stata un’esperienza straordinariamente arricchente“.

Letizia Trivelli, di Macerata, ha dichiarato:

“Il personaggio che interpretato, Olivia, mi ha donato uno sguardo più penetrante e consapevole sull’altro e, al tempo stesso, il desiderio di essere accolta da uno sguardo altrettanto autentico e profondo. Credo che il personaggio che interpreto incarni molte delle contraddizioni della società contemporanea, che troppo spesso ci induce a privilegiare l’apparenza e la superficialità. Eppure, è proprio nell’incontro sincero con l’altro, che riscopriamo la nostra unicità e la nostra verità più autentica. Mi auguro che il film sia riuscito a trasmettere questo invito: imparare a guardare oltre la superficie, riconoscendo il valore irripetibile di ogni persona”.

Giovanni Lambertucci, che è di San Ginesio e nel film interpreta Costantino, ha spiegato:

“Credo che il titolo del film, ‘Cosa resta di noi’, racchiuda una domanda essenziale, sulla quale, durante questo percorso, mi sono spesso interrogato: cosa rimane davvero di ciascuno di noi, quando ci confrontiamo con una povertà, una fragilità, un limite?  I protagonisti del film ci danno una risposta, perché vivono raccolti all’interno di una villa che diventa simbolo di una condizione esistenziale. In quello spazio, in cui la vulnerabilità non viene nascosta ma condivisa, si rendono conto che è proprio quella fragilità, spesso percepita come una debolezza, ad aprire la strada alla relazione. Ciò che il mondo tende a considerare una stranezza o un difetto, quando viene vissuto nella comunione e nell’accoglienza reciproca, si trasforma nella parte più autentica di noi: la nostra bellezza e la nostra capacità di incontrare l’altro“.

Anita Lanciotti, di Fermo, ha sottolineato:

“Il mio personaggio, Valeria, piange sempre! Da lei ho imparato una lezione preziosa: le emozioni non devono essere represse né soffocate. Personalmente ho sempre avuto difficoltà a concedermi al dolore e a riconoscerlo fino in fondo. Attraverso Valeria, invece, ho compreso quanto sia naturale provare emozioni e quanto sia importante condividerle, soprattutto quelle più difficili. Quando il dolore viene accolto e affidato agli altri, infatti, perde il suo peso opprimente e diventa un’occasione di crescita e di autentica vicinanza umana“.

Anche Lorenzo Miccini, di Recanati, ha evidenziato il valore della vulnerabilità:

“Il mio personaggio, Daniele, convive con una fragilità evidente, la balbuzie, che potrebbe facilmente essere interpretata come un limite. Interpretandolo, mi sono interrogato sul posto che una vulnerabilità simile possa avere nella società di oggi. Ho compreso che ciascuno di noi porta dentro di sé qualcosa che fatica ad accettare pienamente, spesso per paura del giudizio o del rifiuto. Daniele, però, è mosso dallo stesso desiderio, che è un bisogno primario che accomuna ogni essere umano: essere amato. Spero che di lui vi sia rimasta proprio questa fragilità, non come qualcosa da nascondere, ma come una ricchezza da custodire e valorizzare, perché è anche attraverso il limite, che impariamo ad essere veramente noi stessi“.

Dello stesso avviso anche Linda Campana, di Iesi, che ha detto:

“Il personaggio che ho interpretato, Silvia, mi ha insegnato che mostrare la propria umanità e le proprie fragilità non significa esporsi alla debolezza, ma rivelare ciò che ci rende unici. Spesso siamo portati a costruire difese e barriere per timore di soffrire, ma è proprio quando troviamo il coraggio di presentarci per ciò che siamo, che emerge la parte più bella ed autentica di noi. La vulnerabilità, lungi dall’essere un ostacolo, diventa una risorsa preziosa per costruire relazioni vere e profonde. Per questo auguro a Silvia, e a tutte le persone che si riconoscono nella sua storia, di abbattere quei muri che la paura innalza, lasciando spazio alla fiducia e all’incontro“.

Un film che invita a riscoprire l’essenziale

Piacevole, coinvolgente e capace di alternare leggerezza e profondità, “Quello che resta di noi” riesce ad affrontare temi complessi senza mai risultare didascalico. Il merito va ad una sceneggiatura che privilegia le persone ai messaggi, ma anche ad un gruppo di giovani interpreti che hanno dimostrano talento, sensibilità e credibilità scenica.

Alla fine della visione resta una convinzione semplice, ma potente: ciò che davvero rimane di ciascuno di noi non sono il successo, l’apparenza o il consenso degli altri, ma le relazioni costruite, il bene donato e ricevuto, la capacità di accogliere e lasciarsi accogliere.

“Quello che resta di noi” è un film che parla di fiducia, di amicizia, di accoglienza e della forza dei legami umani. Valori che appaiono sempre più necessari in una società segnata dall’individualismo e dalla paura della fragilità. E proprio per questo lascia allo spettatore qualcosa di prezioso: l’invito a restare autentici, a non avere timore delle proprie ferite e a riconoscere nell’altro non un avversario o uno sconosciuto, ma una possibilità di incontro e di crescita.

 

 

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