(Foto ANSA/SIR)

Di Raffaele Iaria

Nelle ultime settimane le mobilitazioni giovanili sono tornate a occupare le piazze di molte città italiane ed europee. Dalle questioni ambientali alle disuguaglianze sociali, dal diritto al lavoro e alla casa alla richiesta di una maggiore partecipazione democratica, le nuove generazioni esprimono attraverso la protesta bisogni, inquietudini e speranze che interrogano profondamente la società e le istituzioni. “La prima riflessione che vorrei condividere – dice al Sir il vicepresidente per il Settore giovani dell’Azione Cattolica, Lorenzo Zardi – è che sento l’urgenza di richiamare a compiere una dovuta distinzione per evitare di omologare fenomeni tra loro molto diversi. C’è una differenza profonda tra le rivendicazioni organizzate e gli episodi di devastazione e violenza”. Gli episodi di violenza, come quelli avvenuti a Milano, osserva, sono stati spesso “spontanei e violenti proprio perché privi di una struttura coordinata”, tanto che molti gruppi organizzati hanno preso le distanze. “Eccessi che – sottolinea – non devono arrivare a coprire le esigenze che emergono, che sono reali per tantissime italiane e italiani: giovani a maggior ragione!”.
Secondo Zardi, una delle cause profonde del disagio è “la nostra incapacità di offrire una visione di futuro. Per tanti anni si sono attuate politiche a breve termine, prive di una programmazione strategica per il Paese. Oggi che i nodi sono venuti al pettine, le misure immediate di contenimento rischiano soltanto di aggravare i problemi di fondo”. Emblematico, per il rappresentante di Ac, il caso di alcuni “interventi tampone che rischiano di allargare le ferita anziché sanarle”. Le piazze giovanili “ci spingono a rompere le dipendenze da mercati ed economie poco democratiche. Non possiamo continuare a sussidiare la nostra dipendenza da meccanismi che alimentano la malattia della nostra società!”.
Il vicepresidente dei giovani di Ac individua anche una radice culturale del malessere: “Ci siamo disabituati all’esercizio del dissenso democratico”. Richiamando Alexis de Tocqueville e il filosofo Byung-Chul Han, sottolinea come oggi il potere sia sempre più invisibile e persuasivo. Tuttavia, “l’omologazione non cancella la sete di libertà”. Il problema è che sono venuti meno i luoghi nei quali questa libertà può organizzarsi e tradursi in rivendicazione collettiva, con il rischio che la frustrazione sfoci in forme “caotiche e disorganizzate, incapaci di farsi proposta politica”, sottolinea Zardi evidenziando che “siamo immersi in una cultura che tende a fuggire metodologicamente dal conflitto: lo si evita, lo si anestetizza o lo si criminalizza. Al contrario, il conflitto fa parte della vita democratica e va incanalato in forme istituzionalizzate. Solo attraverso la mediazione e la rappresentanza il disagio può trasformarsi in proposta politica concreta”. Un compito che riguarda partiti, sindacati e associazioni e che “si dovrebbe educare a partire dalle scuole”.
L’Azione Cattolica, sottolinea Zardi, cerca di offrire un modello concreto: “Parliamo spesso – dice – di conflitto e, da sempre, lavoriamo sulla sua ricomposizione”. I consigli diocesani e gli organismi associativi, nei quali giovani e adulti sono rappresentati in modo equilibrato, costituiscono “un luogo eccezionale di confronto delle idee, ricomposizione del conflitto e decisione condivisa”.
La questione decisiva, però, non è soltanto “come aiutare i giovani a esprimere il disagio”, ma “come lasciare loro uno spazio effettivo di corresponsabilità nella costruzione del presente e del futuro”. Le nuove generazioni, denuncia, sono spesso vittime di una “ingiustizia epistemica”, perché considerate incapaci di produrre conoscenze rilevanti. “Senza uno spazio politico e istituzionale in cui questa conoscenza possa essere riconosciuta e possa arrivare ad incidere realmente, la spinta trasformativa si trasforma in inascoltata protesta”.
Per ricucire lo strappo tra generazioni, Zardi indica alcune priorità: rafforzare “la rappresentanza generazionale” nei processi decisionali, promuovere un dialogo intergenerazionale autentico “che superi il paternalismo e si fondi sul riconoscimento reciproco delle competenze”, “creare spazi istituzionalizzati di mediazione e partecipazione” e “investire in politiche di lungo periodo e visione di sviluppo”, superando la logica dell’emergenza per costruire un futuro che non gravi sulle prossime generazioni.

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