ASCOLI PICENO – Si è tenuta lunedì 19 ottobre, alle ore 17.30, presso la cappella dell’ospedale C. e G. Mazzoni di Ascoli Piceno, la Santa Messa per l’ingresso di padre Enrico Matta come nuovo cappellano della struttura.

La celebrazione è stata presieduta dal vescovo Gianpiero Palmieri e concelebrata da padre Enrico, da don Giampiero Cinelli, parroco delle chiese di San Simone e Giuda in Monticelli e di Santa Rita in Brecciarolo, da don Orlando Crocetti, parroco della chiesa di San Giovanni Evangelista in Monticelli, e dai frati Cappuccini. Numerosi pazienti e membri del personale ospedaliero hanno preso parte alla celebrazione. Tra i presenti, il dottor Antonello Maraldo, direttore generale e rappresentante legale dell’AST di Ascoli Piceno.

Padre Enrico, appartenente all’Ordine dei Frati Cappuccini, assume il nuovo incarico dopo aver svolto per 19 anni il servizio di cappellano presso l’ospedale regionale di Torrette, ad Ancona.

Qual è il servizio di un cappellano? L’omelia del vescovo Palmieri

Dopo la lettura dei testi sacri e la proclamazione del Vangelo del giorno, il vescovo ha pronunciato l’omelia, incentrata sul profondo legame tra la malattia e la fede.

«Vorrei partire dalla Parola di Dio: a volte il Signore agisce per “strappi”, ovvero utilizza modalità forti per destarci dai nostri torpori e, aggiungerei, per fortuna. La pazienza di Dio è infinita: nella Bibbia, spesso e volentieri, aspetta i tempi di crescita dell’uomo, ma talvolta lo pone in condizioni che lo mettono di fronte alla propria vita in modo molto intenso. Ciò che il Signore desidera non è suscitare in noi sensi di colpa – anche perché spesso non saprebbe cosa farsene – ma accrescere la nostra consapevolezza riguardo a ciò su cui stiamo costruendo la nostra esistenza.

Nella Bibbia, quando si parla dell’uomo ripiegato su sé stesso, confuso riguardo alle priorità della vita e incapace di una visione aperta, libera e ampia dell’esistenza, si parla dell’uomo “carnale”. Nella Scrittura, la parola “carne” indica l’uomo nella sua fragilità; tant’è che la nuova traduzione della Bibbia interpreta questo concetto come “egoismo”, che ne rappresenta la migliore chiave di lettura. L’uomo ripiegato su sé stesso, infatti, non riesce a sollevarsi perché è troppo concentrato sul proprio io. Che si tratti di attaccamento ai soldi, al potere o alla propria immagine, cambia poco: ciò che conta è che l’uomo chiuso nella propria carne, alla fine, non matura mai.

È in questi casi che la Bibbia ricorre alla terapia degli strappi. L’esperienza della malattia rappresenta, per molte persone, una brusca interruzione della propria vita; chi la attraversa, però, vive un momento in cui viene richiamato a sé stesso in maniera molto forte. Un carissimo amico, molto vicino a don Tonino Bello, mi raccontava che, quando quest’ultimo scoprì di avere un tumore, per qualche giorno non volle parlare con nessuno, perché aveva bisogno di pregare. Dopodiché affrontò la malattia con coraggio. Con questo aneddoto voglio dire che lo strappo, se vissuto bene, non ci prostra né ci abbatte, ma ci pone in una condizione di maggiore consapevolezza rispetto a ciò che è davvero importante nella vita.

Il servizio di un cappellano consiste proprio nel fare in modo che questa esperienza diventi un incontro con il proprio cuore e favorisca la percezione della presenza di Dio accanto a sé. È proprio la vicinanza di Dio, infatti, che aiuta a ritrovare sé stessi. Ciò che san Paolo spiegava nella Prima Lettura riguardo al “vivere secondo la carne” è che siamo destinati a scoprire la Grazia, che rappresenta il primato dell’amore nella nostra vita, sia quando lo riceviamo sia quando lo doniamo. Credo che, se abbiamo vissuto anche solo per un po’ l’esperienza di essere amati, allora siamo già salvi, perché abbiamo ricevuto la Grazia. Il primato della Grazia è il primato della fede ed è il motore che ci spinge a operare il bene verso gli altri. Essere accompagnati nei momenti di sofferenza da qualcuno capace di ascoltare e di stare al nostro fianco è fondamentale: significa aiutare le persone a vivere appieno tutte le tappe della malattia.

Ciò che Dio opera in una persona malata varia molto da individuo a individuo e richiede il massimo rispetto. Prima di ogni altra cosa, dobbiamo metterci in ascolto di ciò che Dio sta dicendo al cuore dell’altro; solo in un secondo momento possiamo parlare, annunciare e consolare, anche semplicemente con lo sguardo. Un altro caro amico sacerdote, autore di alcuni libri sulla spiritualità, parlava della “notte oscura della fede”: quel momento in cui tutto diventa buio e anche la fede sembra vacillare. È proprio lì che si sperimenta la stessa mancanza di fede di chi non crede, per poi giungere, infine, a un amore puro e incondizionato verso Dio».

Il saluto di padre Enrico

Al termine della celebrazione, prima della benedizione finale, padre Enrico ha preso la parola per rivolgere un saluto e ringraziare i presenti.

«Nei miei anni di esperienza come cappellano ad Ancona ho avuto modo di constatare che la Grazia di Dio è immensa e che la sua presenza è forte, sia nelle persone ammalate sia in quelle che non credono. In qualche modo, Egli dimostra sempre il suo amore, la sua dolcezza, la sua tenerezza e la sua vicinanza. Vi ringrazio di cuore e vi esorto a continuare a pregare e a vivere con intensità questo servizio verso chi soffre, proprio sul modello della Grazia di Dio. Ringrazio tutti voi per la presenza e per aver condiviso la gioia di questa Eucaristia».

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