
Di Marina Casini
Leone, come il Santo Padre: un nome che è “augurio di forza e speranza”. È questa la scelta per il neonato trovato abbandonato ieri in un sacchetto di plastica a Cinisello Balsamo, nel Milanese. A renderlo noto è stato l’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso, che ha fatto visita al piccolo nel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Niguarda.
Leone ci interpella tutti e scuote le coscienze. Eppure, è soltanto un neonato, la cui unica forza è stata il flebile pianto udito da una passante, che ha avuto la prontezza e la sensibilità di fermarsi e sottrarlo alla fame, al freddo, alla morte. Una benedizione. E così Leone, deposto in un sacchetto di plastica lungo una strada di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, è stato salvato. Sgomento e gratitudine si intrecciano davanti a una tragedia probabile, trasformata in una salvezza concreta. Una salvezza resa possibile perché qualcuno si è semplicemente fermato, rompendo la coltre di indifferenza che spesso ci rende mentalmente ed emotivamente sordi e ciechi rispetto a ciò che ci circonda.
Sappiamo che, purtroppo, non è la prima volta che un bimbo appena nato viene abbandonato lungo una strada, come fosse un rifiuto. In passato ci sono stati neonati lasciati nei pressi di depositi di immondizia, se non addirittura gettati al loro interno. E non tutti hanno avuto la buona sorte di essere visti prima che sopraggiungesse la morte.
Fatti come questi mettono a nudo la fragilità del nostro tessuto sociale. Abbandonare un figlio appena nato sulla strada è il sintomo drammatico di un vuoto profondo: storie di solitudine, abbandoni pregressi, povertà materiale ed esistenziale, condizionamenti, pressioni o paure sotterranee, talvolta anche vicende di violenza e ricatto. Non ci spetta giudicare dal piedistallo delle nostre certezze, né limitarci a un’indignazione superficiale. Dobbiamo, piuttosto, interrogarci sul ruolo della nostra comunità.
Giudizi e condanne nei confronti delle persone che sono arrivate a tanto, così come i moti di indignazione espressi mentre restiamo rifugiati nella nostra zona di comfort, sapendo che domani sarà un altro giorno e che prima o poi anche questa vicenda verrà archiviata, non servono a nulla. Dobbiamo prendere sul serio la domanda che il pianto del piccolo Leone rivolge a tutti: come può una comunità non sentirsi responsabile?
E ancora: quanto sono diffuse le informazioni sulla possibilità di partorire in anonimato, garantita dalle strutture ospedaliere? Quanto sono visibili sul territorio le «Culle per la vita»? Quanto sono sostenuti e promossi i Centri di aiuto alla vita, il servizio Sos Vita e il Progetto Gemma?
Nessuna donna, coppia o famiglia in difficoltà dovrebbe mai trovarsi senza speranza né alternative concretamente accessibili. Perché ciò accada, occorre che la solidarietà sia preventiva e capillare. La civiltà di un popolo si misura, infatti, dalla capacità di proteggere i più vulnerabili e di tendere la mano prima che la solitudine sfoci nella disperazione e la disperazione in un gesto estremo.
Questa capacità di proteggere i più piccoli non può fermarsi al momento del parto. Una società civile è chiamata ad allargare le proprie braccia anche a chi è ancora in viaggio verso la nascita, riconoscendo il valore inestimabile della vita umana. È la stessa premura che si manifesta quando un bambino viene al mondo e ha bisogno di essere accolto, riscaldato, nutrito e custodito.
Il pianto di Leone diventa così il simbolo della voce di tanti piccoli innocenti e ci pone di fronte a un banco di prova fondamentale: la coerenza. La doverosa premura con cui le istituzioni e la comunità si sono mobilitate per riscaldare, nutrire e accudire il piccolo subito dopo la nascita si sarebbe manifestata con identica, calorosa e amorevole sollecitudine anche se la sua vita fosse stata minacciata prima di venire alla luce?
Da questa domanda prende forma una riflessione più ampia sul valore della vita nascente. Nella prospettiva della cultura della vita, l’aborto viene considerato la forma più radicale di esclusione del nascituro, una realtà che il dibattito pubblico affronta spesso in termini contrapposti. Ma il silenzio di chi non è ancora nato non può diventare, per chi crede nel valore inviolabile di ogni vita umana, una ragione per dimenticarne la dignità e il bisogno di protezione.
Se il pianto di un neonato ci obbliga a fermarci e ad agire per il suo accudimento, la mancanza di voce di chi è ancora nel grembo materno non ne riduce, in questa prospettiva, il valore. La tutela della vita nascente richiede perciò anche una rete di sostegno concreta, capace di accompagnare le donne e le famiglie nei momenti di maggiore difficoltà.
Conosciamo e diffondiamo adeguatamente le norme sul parto in anonimato, che tutelano la madre e il bambino? Le Culle per la vita sono sufficientemente segnalate e integrate nel territorio? Quanto vengono valorizzati i presidi di speranza rappresentati dai Centri di aiuto alla vita, dal numero verde Sos Vita e dal Progetto Gemma?
Avere a cuore il nascituro significa anche guardare alla sua mamma con autentica vicinanza, empatia e sostegno. Significa prendersi cura della maternità durante quella situazione speciale e irripetibile che è la gravidanza: una dualità nell’unità, un legame unico e insostituibile, interpretabile come il sigillo dell’amore posto sulla vita umana.
La madre e il figlio stanno dalla stessa parte. Il nostro sguardo deve essere, perciò, integrale e integrato. Nessuna donna dovrebbe sentirsi sola o costretta dalle circostanze a rinunciare al figlio che porta in grembo. La prossimità alle donne non è un’astrazione: la rete dei Centri di aiuto alla vita, insieme ai servizi Sos Vita e Progetto Gemma, realtà della grande famiglia del Movimento per la vita, testimonia quotidianamente che un’alternativa è possibile e che, attraverso un sostegno concreto, molte donne possono trovare la forza di accogliere il proprio bambino. Secondo i dati richiamati dal Movimento per la vita, sono oltre 280mila i bambini nati grazie a madri che, incontrando un’accoglienza concreta e volti amici, hanno trovato in se stesse la forza di dire «sì» al bimbo o alla bimba che portavano in grembo.
Madre Teresa di Calcutta diceva: «Quel bambino nato e non ancora nato è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato».
Grazie, Leone, perché tu, così piccolo, con il tuo pianto e con la tua storia, ricordi ai «grandi» che la speranza può nascere anche nei luoghi più impensati. Il tuo nome, come quello del Santo Padre, è un augurio di forza e di speranza. La tua vita, salvata grazie a una persona che ha saputo fermarsi e ascoltare, ci ricorda che la pace vera e duratura comincia anche da qui: dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte, di riconoscere la fragilità e di farsi prossimi.




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