Di Pietro Pompei

C’è un clima che inquieta. Un discorso di guerra, di violenza, di vendetta e, ancora più drammaticamente, di indifferenza sembra insinuarsi nella nostra vita quotidiana. Lo incontriamo nei grandi conflitti internazionali, ma anche nelle strade delle nostre città, nei gesti di ogni giorno, nelle parole che usiamo e persino nelle immagini alle quali esponiamo i più piccoli.

L’episodio di Caserta è un’immagine terribile di questa deriva.

Due clochard discutono. Poi, improvvisamente, l’aggressione: colpi e calci alla testa e al torace, anche quando uno dei due è già a terra. Guido Roviello, 62 anni, morirà poco dopo in ospedale.

A rendere ancora più agghiacciante la vicenda è ciò che accade intorno. Alcune persone assistono alla scena, qualcuno filma con il telefonino. Si guarda, si registra, si condivide. Ma chi interviene?

È l’assurdo dell’episodio: povero contro povero, clochard contro clochard. E gli altri? Guardano.

Il telefonino diventa così, paradossalmente, l’unico gesto compiuto davanti alla violenza. La tragedia di una persona si trasforma in una sequenza da riprendere e da far circolare. L’indifferenza non è più soltanto non vedere: è vedere e non sentirsi coinvolti.

L’anniversario della strage dell’11 settembre ha riportato alla memoria l’orrore del terrorismo e, insieme, una domanda che non possiamo eludere: che cosa sta accadendo al nostro modo di pensare la violenza?

Sembra di vivere dentro un gigantesco inquinamento spirituale. Ci preoccupiamo, giustamente, dell’inquinamento dell’ambiente e delle risorse naturali, ma prestiamo assai meno attenzione alle sostanze tossiche che ogni giorno entrano nelle nostre coscienze: immagini di guerra, linguaggi di odio, desiderio di vendetta, disprezzo per il più debole.

«Occhio per occhio, dente per dente» rischia di tornare a essere la legge non scritta dei nostri rapporti. La vendetta viene presentata come risposta naturale all’offesa, la sopraffazione come spettacolo, la violenza come soluzione.

E questo linguaggio arriva anche ai bambini. Persino ciò che dovrebbe essere gioco e divertimento può trasmettere, sotto forme apparentemente innocue, il fascino dello scontro e dell’«arrivano i nostri», quell’«estasi» che il cardinale Tonini invitava a riconoscere e a mettere in discussione.

Il mondo sembra così trasformarsi in un grande mattatoio. Alle grandi stragi fanno da contrappunto le tante violenze quotidiane: bambini e donne uccisi nelle guerre, persone aggredite per strada, poveri umiliati, migranti e disperati che muoiono mentre cercano una terra promessa.

Di fronte a tutto questo, che cosa viene chiesto al cristiano?

Non di abituarsi alla violenza. Non di scegliere una parte contro un’altra. Non di alimentare il fuoco dell’odio.

Viene chiesto di essere costruttore di pace.

«Siate costruttori di pace», ripeteva mons. Tonino Bello. E don Primo Mazzolari, con una delle sue espressioni più incisive, ricordava che il cristiano è «un uomo di pace», non «un uomo in pace»: fare la pace è la sua vocazione.

Non è una posizione comoda. Nel recente passato, chi ha scelto di parlare di pace anche quando sembrava più facile invocare la forza è stato persino liquidato come «utile idiota». Ma il Vangelo non autorizza altre armi se non quelle della Parola e dell’Amore.

Lo scriveva mons. Loris Capovilla nella prefazione a un libro di don Mazzolari, richiamando la testimonianza di uomini come Gandhi, La Pira, Mazzolari e Martin Luther King: davanti a testimoni autentici, «la morte ha paura», la guerra ha paura, la prepotenza ha paura.

Ma la pace non può essere separata dalla giustizia.

Don Primo Mazzolari lo diceva con chiarezza: «Senza giustizia non c’è pace. Frutto della giustizia è la pace». Una pace autentica non può essere soltanto assenza di guerra. Non può essere il silenzio imposto ai poveri, agli esclusi, agli ultimi. Non può durare finché qualcuno è costretto a scegliere tra la propria dignità e la violenza.

E allora l’episodio di Caserta interpella ciascuno di noi.

Non soltanto per l’orrore di un uomo picchiato fino alla morte. Ma per quello che accade intorno a quell’uomo. Per gli occhi che guardano. Per le mani che filmano. Per il pubblico che assiste.

La prima sfida alla violenza è non diventare spettatori della violenza.

Nel nostro piccolo mondo siamo chiamati a rinunciare all’arroganza, agli egoismi, alla tentazione di rispondere al male con altro male. Siamo chiamati a entrare nell’area della settima beatitudine: «Beati gli operatori di pace».

Operatori, non semplicemente spettatori.

Perché la pace non è qualcosa che si aspetta. È qualcosa che si costruisce. Cominciando da noi: dalla relazione con Dio, dalla riconciliazione con noi stessi, dal modo in cui guardiamo il prossimo e, soprattutto, da come reagiamo quando la violenza ci passa accanto.

Anche allora, soprattutto allora, il Vangelo ci chiede di scegliere da che parte stare: non dalla parte della violenza, ma dalla parte dell’uomo.

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