DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Ci avviciniamo alla Parola di questa domenica a partire dal Salmo 103, il salmo responsoriale.

Il salmista ha una certezza: c’è un Dio che perdona tutte le sue colpe, che guarisce tutte le sue infermità, che lo circonda di bontà e misericordia. Un Dio che non lo tratta secondo i suoi peccati

e non lo ripaga secondo le sue colpe.

Un Dio la cui misericordia è infinita, un Dio che vuole allontanare da lui ogni rimpianto, ogni rimorso, ogni senso di colpevolezza, ogni limite che lo appesantisce.

Solo a partire da questa consapevolezza, consapevolezza del salmista ma che vogliamo fare nostra, possiamo avvicinarci alla pagina evangelica di oggi.

La parabola la conosciamo tutti. Un servo che ha un debito enorme nei confronti del re, suo padrone. Il re che reclama la restituzione della somma, lo stesso servo che implora pietà, il re che ha compassione e condona il debito.

Nella seconda parte del racconto scena quasi analoga. Il servo a cui il re ha appena condonato il debito, ha, a sua volta un compagno che è debitore nei suoi confronti di una piccola somma di denaro.

«Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito».

Perché questo uomo, perdonato e condonato dal suo padrone del debito enorme che aveva, non è capace di perdonare e condonare il piccolissimo debito che ha il suo compagno nei suoi confronti?

Perché quest’uomo tratta il suo compagno semplicemente con giustizia. È giusto, ha agito secondo la legge, ma è spietato. È onesto, ma cattivo.

«Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto».

Non basta essere giusti per essere uomini, tanto meno per essere di Dio.

Siamo chiamati a perdonare perché perdonati, siamo capaci di perdonare perché consapevoli di essere stati perdonati.

È dal perdono di Dio che discende il nostro perdono verso il prossimo, è dalla gratuità del dono di Dio che nasce il perdono; il perdono di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno.

Non si perdona dall’alto verso il basso, con la benevolenza di quanti si sentono giusti, ma si perdona nella posizione di quelli che sanno quanto è stato loro perdonato e così, guardando la realtà alla luce di Dio, sanno di non essere migliori di nessuno e vedono nell’altro un fratello da non perdere.

La parabola ci aiuta anche a non sentirci in debito con Dio. Non siamo chiamati a contraccambiare nulla a Dio, non dobbiamo ripagarlo di nulla.

Se l’uomo è chiamato a chiedere perdono, non è certo nei confronti di un Dio lassù in alto adirato per la trasgressione dei suoi servi, ma piuttosto al fratello cui ha tolto la dignità e sporcato il suo volto che riflette il volto stesso di Dio.

Non c’è alcun debito da pagare nei confronti dell’amore, o peggio ancora da riparare, c’è solo da godere, insieme al fratello, del dono ricevuto.

Accogliamo, allora, la sollecitazione che ci fa l’autore del libro del Siracide, da cui è tratta la prima lettura: «Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui».

E quali sono i comandamenti? Quali sono i precetti? Ce lo dice Gesù: «Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».

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