REGIONE – A Cerreto d’Esi, nel Fabrianese, si sta vivendo una nuova fase di forte preoccupazione sul fronte industriale: la multinazionale Electrolux ha annunciato la chiusura dello stabilimento dedicato alla produzione di cappe aspiranti, con una ricaduta occupazionale che coinvolge 170 lavoratori. La decisione pesa su un territorio già segnato da anni di ridimensionamenti e vertenze. Ma quali sono le ragioni della chiusura e come va interpretata questa crisi?
Per approfondire la situazione e il ruolo della Chiesa in momenti così delicati, abbiamo intervistato Franco Veccia, delegato regionale della Pastorale Sociale e del Lavoro per le Marche.

Franco, cosa sta succedendo realmente a Cerreto d’Esi?
“La situazione è molto chiara ed altrettanto drammatica: Electrolux ha annunciato la chiusura del sito di Cerreto d’Esi, con una ricaduta occupazionale che coinvolge 170 lavoratori. È un colpo durissimo per il territorio, che negli ultimi anni ha già affrontato altre crisi industriali.
La decisione è stata accolta con particolare preoccupazione anche perché lo stabilimento di Cerreto d’Esi aveva ricevuto investimenti significativi negli anni recenti. Nel 2023 e nel 2024 gli investimenti annunciati per il sito sono stati pari a circa 3 milioni di euro per ciascun anno.
Si tratta di risorse importanti, che erano state presentate nel quadro degli interventi destinati a sostenere l’attività produttiva e la competitività del sito. Alla luce della successiva decisione di chiusura, è quindi comprensibile che lavoratori e rappresentanze sindacali si interroghino sulle prospettive industriali che avevano accompagnato quegli investimenti e sulle ragioni che hanno portato successivamente alla decisione di chiudere lo stabilimento.”

È questo che indigna particolarmente i lavoratori?
“Certamente. Tra i lavoratori e le organizzazioni sindacali c’è la percezione che la decisione debba essere letta non soltanto alla luce dell’andamento del mercato, ma anche nel quadro di una più ampia strategia industriale e produttiva del gruppo.
Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, la situazione di Cerreto d’Esi andrebbe infatti valutata anche alla luce della diversa destinazione dei volumi produttivi e delle scelte di competitività adottate dal gruppo.
Non spetta a noi stabilire quali siano le motivazioni economiche definitive della decisione, che devono essere valutate sulla base dei dati e delle comunicazioni dell’azienda. Quello che possiamo osservare è che la chiusura ha suscitato interrogativi importanti tra lavoratori, sindacati e istituzioni.
Nel 2025 Cerreto d’Esi ha prodotto circa 77.000 cappe, dato richiamato anche nel dibattito istituzionale e nelle notizie relative alla chiusura dello stabilimento.
Questo elemento, insieme agli investimenti effettuati negli anni precedenti, aiuta a comprendere perché la decisione abbia generato interrogativi sul futuro industriale del sito. Non significa, però, che questi dati siano sufficienti da soli a determinare la redditività dello stabilimento o a stabilire quali siano le ragioni economiche della sua chiusura.
Secondo quanto riferito dalla FIOM, riprendendo dati che il sindacato attribuisce alla stessa Electrolux, il mercato delle cappe avrebbe registrato una contrazione del 14%, mentre il plant di Cerreto d’Esi sarebbe stato desaturato per circa il 40%. Il sindacato sostiene quindi che la riduzione dei volumi assegnati allo stabilimento sarebbe stata superiore alla contrazione complessiva del mercato.
Questi dati vanno naturalmente considerati come parte del confronto tra azienda e organizzazioni sindacali e non come una valutazione economica indipendente del sito.
Un altro elemento emerso nel confronto riguarda la produzione in Polonia. Nel maggio 2026 è stato riportato che le produzioni di cappe precedentemente concentrate a Cerreto d’Esi sarebbero state avviate anche in Polonia; successivamente, nel confronto istituzionale, l’amministratore delegato di Electrolux Italia ha indicato anche i costi logistici tra gli elementi che rendono la produzione e la movimentazione delle cappe dalla Polonia più convenienti rispetto alle Marche.
La questione, quindi, non sembra poter essere ricondotta semplicemente alla domanda se lo stabilimento fosse o meno in perdita. Il tema riguarda anche le strategie industriali, la distribuzione internazionale della produzione e la competitività dei diversi siti produttivi.
Credo che proprio su questo punto sia importante un confronto trasparente tra azienda, lavoratori, sindacati e istituzioni, affinché siano chiarite le ragioni della decisione e siano esplorate tutte le possibili alternative alla chiusura.”

Cosa può fare la Pastorale Sociale e del Lavoro per contrastare situazioni del genere?
“La prima risposta è la vicinanza dei Vescovi, in questo caso del Vescovo di Fabriano, Mons. Francesco Massara e di tutta la Chiesa ai lavoratori e alle lavoratrici che perdono il lavoro, nonché alle loro famiglie. Una vicinanza concreta, fatta di ascolto e presenza nei momenti più difficili.
Poi c’è il lavoro sul campo. L’esperienza di Offida con la cooperativa sociale Diogene Multiservice ne è un esempio concreto. Nel 2018 è nata a Offida una cooperativa sociale con l’obiettivo di valorizzare le competenze di persone che avevano perso il lavoro e incontravano difficoltà nel rientrare nel mercato occupazionale, in particolare a causa dell’età.
Insieme a don Giuseppe Capecci, che è il responsabile della Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Ascoli Piceno, abbiamo incontrato gli operai rimasti senza lavoro a seguito della chiusura di una realtà industriale nell’Ascolano. Con loro abbiamo costruito un percorso che ha portato alla nascita della cooperativa Diogene Multiservice.
Quella esperienza ha rappresentato un tentativo concreto di trasformare una situazione di difficoltà occupazionale in una nuova opportunità professionale, valorizzando competenze ed esperienza.
Accanto all’intervento nelle crisi, c’è la prevenzione: entriamo nelle aziende, incontriamo imprenditori, operai e giovani, per promuovere una cultura del lavoro che metta al centro la dignità della persona. Facciamo formazione sulla motivazione, sull’etica del lavoro e sul rispetto reciproco.
Sono percorsi che possono contribuire a costruire un clima aziendale più sano e a favorire una maggiore attenzione alla dimensione umana e sociale del lavoro, soprattutto quando le aziende devono affrontare trasformazioni e scelte difficili.”

La chiusura di Cerreto d’Esi apre una ferita profonda nel Fabrianese. Ci auguriamo che i 170 lavoratori e lavoratrici coinvolti possano trovare presto nuove opportunità e che la comunità, le istituzioni e le realtà sociali sappiano stringersi attorno a loro con sincera solidarietà e con iniziative concrete.

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